IL CIELO SOPRA SERRONE

DSCF1584

Anche quest’anno Serrone ci offre un cielo meraviglioso, un panorama incantato che desidero condividere con voi.

Alla fine dell’ estate, di questa ultima estate rovente, in molte città d’ Italia abbiamo potuto ammirare cieli dai colori incredibili. E la gente li fotografava e mandava le immagini alle televisioni locali, perché tutti le potessero contemplare.

Quando ho scattato questa prima foto era un momento magico di metà  ottobre e guardando questi colori stupendi si poteva solo sentirsi ammirati e respirare profondamente, commossi.

Ho subito pensato che, se la foto fosse venuta bene, l’ avrei stampata per farvela vedere.

Non sono una brava fotografa, e per di più ho una macchinetta vecchia e non di marca, ma nonostante tutto mi meraviglio a volte delle immagini bellissime che realizzo. E’ come se qualcun altro scattasse le foto per me.

tramonto di natale 1

Oggi poi, durante la passeggiata giornaliera, ho visto questo meraviglioso tramonto ed ho pensato di offrirvelo come regalo di Natale.

Buon Natale, Buon Natale a tutti Voi.

Sono sempre stupita della vostra costanza nel seguire quello che scrivo. Leggo tutta la posta che mi inviate, anche se rispondo raramente, ma sento intorno a me il vostro affetto, lo percepisco, come se fossi circondata da una nube di tepore.

Grazie a tutti e ancora Buon Natale !

Gente di Serrone – Campane a Serrone

panorama Serrone

 

Serrone è un paese arroccato sul monte Scalambra, una delle cime dei Monti Ernici.

Conta circa 3000 abitanti, ma non è un paese unico: è diviso tra il nucleo più antico, ad una altitudine di circa ottocento metri, la frazione de La Forma più a valle, lontana circa tre chilometri, e la frazione di San Quirico, che ne dista cinque. Molti abitanti poi vivono in case isolate nelle campagne e la vastità  del territorio ha reso difficile la coesione tra i vari nuclei cittadini.

Per cercare di ovviare agli inevitabili inconvenienti, il Comune deve destreggiarsi tra le varie realtà  urbane : le feste paesane vengono effettuate in parte nel centro primitivo del Serrone ed in parte nella località  a valle de La Forma, le scuole sono state divise parte a monte (le elementari) e parte a valle (le medie) . Persino il Vescovo che viene a dare la Cresima ai bambini si reca un anno nella Chiesa di San Pietro Apostolo (Serrone) e l ‘anno successivo nella Chiesa del Sacro Cuore (La Forma) e potrei continuare.

Listener[1] panorama serrone

Mi hanno raccontato che gli abitanti delle frazioni, essendo molto più numerosi di quelli del nucleo antico, per anni hanno accarezzato il sogno di formare comune a sé. Purtroppo per loro le recenti leggi, tese anzi ad accorpare le piccole realtà  paesane per economia di spese, hanno reso ormai impossibile la realizzazione del loro desiderio. Ovviamente il Sindaco e la giunta comunale qui devono essere per prima cosa dei diplomatici provetti, e per qualsiasi opera di bonifica del territorio devono soddisfare sia i paesani a monte che quelli a valle. E gli abitanti come sono attenti a controllare!

Ho notato tuttavia che quando si tratta di cose serie, i serronesi tutti partecipano senza distinzione di territorio.

Ne ho avuto la prova anche quando hanno costruito l’eliporto, recandosi gratuitamente dopo il lavoro a bonificare un campo sassoso messo a disposizione dal Comune. Hanno fatto tutto da soli ed è stata una dura impresa, con pochi soldi e tanta buona volontà .

Perché è venuto in mente a qualcuno di realizzare questa opera? E’ stata la morte di un bimbo, soffocato da una caramella mentre si festeggiava il battesimo di un’altra creatura. E’ stata l’angoscia vissuta dai parenti e dagli invitati tutti, mentre l’ambulanza era in arrivo ed il bimbo soffocava. E’ stato il dolore atroce di pensare che magari un elicottero, con pista di atterraggio nei pressi, l’avrebbe potuto salvare, l’avrebbe potuto portare a Roma, in un Ospedale attrezzato per queste disgrazie.

Il pronto Soccorso aveva inviato anche un elicottero, ma si erano persi minuti preziosi cercando un posto vicino dove poter atterrare.

Quella domenica pomeriggio stavo stendendo il bucato sul mio terrazzo. Ricordo ancora il rumore del mezzo ed i cerchi che disegnava nel cielo. In quel momento nessuno di noi poteva immaginarne la causa. E vicino alla mia casa, si vivevano momenti di angoscia e disperazione, mentre il nonno cercava in tutti modi di salvare quella piccola vita. Ma niente da fare, la caramella era troppo incastrata.

Fu dopo questa tragedia che a qualcuno venne in mente di costruire l’eliporto, da soli, chiedendo al Comune solo un pezzetto di terra, perché queste disgrazie non avessero a ripetersi, per salvare altre vite.

CAMPANE A SERRONE

bells-2413297__340[1]

Chiaramente, essendo così strutturato il territorio, per comunicare subito le notizie fin dai tempi remoti l’unico mezzo erano le campane. Le Chiese situate a La Forma, a San Quirico ed al paese antico del Serrone diffondevano le novità , belle o brutte, con una scampanìo diverso. Era un modo per parlare alla popolazione, per informarla subito di quello che accadeva. 

L’abitudine è rimasta anche se adesso i mezzi di comunicazione si sono tanto evoluti.

Questa estate le abbiamo sentite avvertire degli incendi, che purtroppo hanno flagellato il territorio, qui come in tante altre parti di questa nostra povera e bellissima Italia.

Era un suono formato da una sola nota, una nota ravvicinata e sempre uguale, insistente, che faceva gelare il sangue.

E tutti a chiedersi il fuoco dove era, dove dovevano andare per dare una mano, aspettando che arrivassero i Vigili da Fiuggi. E tutti a scrutare il cielo, cercando il fumo che indicasse loro la strada.

Altre volte invece le abbiamo sentite suonare con note che a noi gente di città sembravano allegre, ma i locali capivano subito che invece annunciavano che un paesano era deceduto.

 ‘Queste campane portano il morto’ Così qui dicono.

 ‘ Stava all’ Ospedale in rianimazione già  da giorni, ma  non si poteva augurargli di continuare a vivere. Soffriva troppo’

Ed allora i compaesani sanno dove recarsi per portare conforto alla famiglia.

Mi hanno raccontato che anni addietro morì all’ improvviso un Signore che aveva a Serrone la seconda casa e che, innamorato del posto, veniva spesso con la moglie a passare qui qualche giorno. Il figlio era a sciare a Marilleva e, subito avvertito, si rammaricava di poter riuscire a raggiungere i genitori solo nella mattinata successiva. Era preoccupato che la madre passasse da sola la notte. Ma la donna, pur nel suo dolore, lo tranquillizzò. ‘Per questo non temere, ho la casa piena di gente. Mi hanno persino portato il brodo caldo. Mi hanno aiutata in tutto. Hanno pensato anche ad addobbare la camera con dei fiori e hanno acceso candele perché papà  avesse luce. Non mi hanno mai lasciata sola.’

Questa è la gente di Serrone.

Sono persone riservate e mai invadenti, che all’ occorrenza si trasformano in gente di famiglia, portando aiuto dove serve.

 

LA CASA ROTONDA Parte terza

RAP293[1]

Per qualche tempo Giovanna, nelle sue passeggiate, evitò il sentiero che portava alla casa rotonda.

Non le piaceva più passarci e la sentiva quasi ostile, così abbandonata e grigia. Poi, dopo molti mesi, passò di nuovo da quelle parti. Non era cambiato niente. Le imposte erano chiuse, l’erba intorno alla casa alta e secca. Gli alberi di pino e gli abeti , cresciuti ancora, avvolgevano la piccola abitazione con la loro ombra e, pensando a tutti quegli avvenimenti funesti, la ragazza la vedeva ancora più buia e triste. In terra, pigne e pezzi di tegole del tetto, cadute e mai riparate. Pensò all’interno, certamente deteriorato dalla pioggia filtrata durante i temporali che si erano abbattuti spesso nella zona. Era tutto in rovina.

Passarono due anni.

Finalmente un giorno la ragazza vide degli operai che lavoravano intorno alla casa: chi estirpava le erbacce, chi verniciava gli infissi, chi tagliava i rami degli alberi troppo cresciuti.
Le venne la curiosità  di saperne di più e dalla solita comare seppe che la vedova dell’ultimo proprietario aveva venduto la villetta ad un militare . Seppe anche che costui era stato mandato dal proprio Comando a Roma dalla natia Napoli ed aveva ritenuto opportuno spostare lì la sua famigliola (moglie ed un figlioletto di pochi anni) per averla più vicina. L’ideale sarebbe stato di trovare una casetta nella Capitale, magari in periferia, ma un esame dei prezzi aveva scoraggiato i due sposi.

Era una coppia giovane e bella, con un bambino paffuto. Giovanna li vide qualche volta mentre passava davanti alla casa e dentro di sé tremava per loro. Riflettendo, pensava che quella processione di disgrazie che aveva colpito i precedenti proprietari non era detto che si sarebbe dovuta ripetere e che ognuno ha il proprio destino già  tracciato, almeno per quanto riguarda gli avvenimenti più importanti.

La ragazza non era molto religiosa,  non nel senso cristiano della parola, però credeva in un Essere Superiore che mentalmente ringraziava tutte le volte che vedeva uno spettacolo nella natura che la colpiva. Poteva essere un tramonto di fuoco o un’alba madreperlacea, ovvero un filo d’erba verde smeraldo nato in una zolla di terra brulla e secca, o una lucertola stesa al sole in relax, con gli occhi chiusi e la bocca semi aperta. Tutto nella natura la riconduceva a un Essere amorevole che l’aveva creata.

Ma soprattutto Giovanna credeva nell’angelo custode, una entità  buona che si prende cura di noi e ci accompagna per tutta la nostra esistenza terrena. Una volta aveva letto su una rivista un articolo nel quale uno studioso di scienze occulte sosteneva che gli angeli custodi potevano essere due o tre o anche più, a seconda delle nostre necessità  e della disponibilità  di anime momento per momento. Questa teoria non le era piaciuta per niente : lei preferiva avere il “suo”  angelo, dall’inizio alla fine.

Pertanto la ragazza raccomandava mentalmente all’angelo custode di ciascuno di loro di vegliare sulla famigliola senza un attimo di distrazione :   basta un niente perché tutto cambi.

Il tempo passò tranquillamente. Ogni tanto la sposina andava a Napoli con il bimbo a trovare i suoi. Giovanna se ne accorgeva perché in quei periodi non trovava panni stesi al sole e soprattutto perché il militare portava nella casetta un’altra ragazza, forse una collega. Una volta, passando nei pressi, li aveva visti entrare e questo le era dispiaciuto. Non ammetteva i tradimenti, specie da parte di chi aveva la fortuna di avere una mogliettina come quella, bella, giovane e garbata.

Infine un giorno – potevano essere passati circa tre anni – trovò un camion di traslochi e degli operai che vuotavano la casa. Seppe poi dalla solita sua informatrice che la sposina soffriva di solitudine dovendo abitare in una casa così isolata e che aveva troppa nostalgia della propria famiglia.

Giovanna sentì un senso di sollievo : non era successo niente !

I proprietari questa volta se ne andavano sani e salvi.

Qualche tempo dopo apparve un cartello sul balconcino del primo piano :  ” Vendesi o affittasi lunghi periodi “ con un numero di cellulare.

Passarono i mesi ed infine ci fu movimento di nuovo intorno alla casa e Giovanna venne a sapere che un ragazzo del posto l’aveva presa in affitto.

Quando lo vide, lo riconobbe : aveva avuto una volta a che dire con lui per ragioni di parcheggio e l’aveva trovato molto maleducato. Era uno di quei giovani che vivono di prepotenza secondo la legge del più forte.

Pensò che certamente un tipo così non avrebbe tenuto bene la casa e l’avrebbe lasciata degradare sempre di più.

Per molto tempo evitò di passare per il sentiero che portava alla casa rotonda.

Poi, per caso, incontrò in un Supermercato della zona la solita comare e venne a conoscere una verità  sconvolgente : il ragazzo era rimasto vittima di un terribile incidente , restando mesi  in Ospedale tra la vita e la morte, ed attualmente era stato dimesso, ma sarebbe rimasto per sempre paraplegico.

Pare che fosse uscito di strada perché percorreva a velocità  folle una zona piena di curve.

Dicono ” era sempre la comare che parlava “ che fosse completamente ‘fatto’, sia di droga che di alcool. Nell’urto aveva fatto volare il cancello in ferro battuto di una villa, pesantissimo, e comunque questo aveva rallentato la sua corsa folle salvandogli la vita. “

Sì, ma quale vita? Oltre ad essere condannato a vivere per sempre su una sedia a rotelle, non poteva più parlare, né muovere le braccia. Pare che nei giorni precedenti l’incidente fosse stato lasciato dalla sua ragazza, stanca di essere da lui maltrattata.

Giovanna, sentendo questo racconto, rimase annichilita. Provò tanta pena per quel giovane, condannato a vita, ad una vita terribile.

Qualche mese dopo le capitò di vederlo : un familiare lo spingeva di lato alla strada su una carrozzina per invalidi. Era diventato magrissimo, filiforme e muoveva le mani in modo inconsulto.

E la casa rotonda ?

Ormai sono passati altri quattro anni.

Non é stata più né venduta, né affittata.

LA CASA ROTONDA Parte Seconda

la casa rotonda 2 foto

Giovanna rimase molto sorpresa della notizia e chiese spiegazioni. Seppe allora che le due donne erano decedute entrambe, a pochi mesi l’una dall’altra, di tumore.

La ragazza aveva letto che a volte un grande dispiacere può scatenare questa malattia, magari latente da tempo nell’organismo. Chissà  quale delle due era deceduta per prima? Giovanna pensò allo strazio della madre nel perdere l’unica figlia ovvero alla disperazione di questa nel sentirsi definitivamente sola al mondo. Provò una stretta al cuore anche se non le aveva mai conosciute e mentalmente promise “State tranquille, ve la terrò bene. Metterò gerani sul balcone e pianterò fiori profumati nel giardino. Riporterò in vita la vostra casetta! “

Insieme al suo compagno prese un appuntamento per visitare la casa e si incontrarono con il cugino, attuale proprietario insieme alla propria sorella.

Giovanna provò una grande emozione a varcarne la soglia.

L’interno era poco ammobiliato, in quanto i cugini avevano già  portato via tutto quanto poteva loro servire. Il muro anteriore, rotondo, era quindi completamente privo di mobili e la ragazza pensò che avrebbe potuto sfruttare quello spazio con delle tavole color noce tagliate a forma. Sopra avrebbe organizzato il reparto bar con bottiglie e bicchieri colorati per fare allegria. Andarono anche al piano superiore dove trovarono un bagno ed una camera da letto. Un cucinino ed un vano pranzo al piano terreno completavano la piccola abitazione.

Il cugino erede, li informò che la sorella non era propensa a vendere, ma che lui l’avrebbe senza dubbio convinta. Cominciarono a trattare per il prezzo e vennero a sapere che comunque c’era anche un altro candidato per l’acquisto. Giovanna non gli credette : pensò che fosse una manovra per aumentarne il valore. Si lasciarono con l’intesa di risentirsi, invece, dopo poco tempo, venne a sapere che la casa era stata venduta ad un Signore di Roma. La giovane provò un grande dispiacere: le sembrava che quella casetta dovesse sicuramente essere sua, se non altro per le tante volte che l’aveva rimirata passeggiando e per tutto quello che aveva saputo sulle prime proprietarie dalla loro conoscente. Che ne sapeva questo romano del “vissuto” della casetta? Come l’avrebbe capita?

Per molto tempo nelle sue passeggiate non passò più su quel sentiero, poi una mattina pensò di andarci , anche per vedere come fosse stata trasformata. Si era immaginata tendine a quadretti rossi alle finestrelle e fiori, fiori dappertutto. Invece, vedendola, provò una stretta al cuore : nulla era cambiato. Le persiane erano sempre serrate, la vecchia panca sempre in attesa di una mano di impregnante, il giardino come al solito abbandonato.

Per sapere qualcosa, avrebbe dovuto incontrare la paesana, ma non riuscì a trovarla. Pensò allora di andare alla messa della domenica e puntualmente la vide. Le chiese notizie del nuovo proprietario e quella le rispose : ” Ma allora non sa niente? “

Venne così a sapere che i due cugini avevano venduto la casa ad uno di Roma, ma che il malcapitato compratore era morto d’infarto qualche giorno dopo il rogito. Giovanna sentì un brivido correrle per la schiena, pensando che lei o il suo compagno avrebbero potuto trovarsi al posto di quell’uomo ! Ovviamente era una sciocchezza, perché ognuno di noi ha il proprio destino, assolutamente non collegato alla proprietà di una casa, ma non poteva fare a meno di pensarlo.

”  E della fine dei cugini è stata informata? ” Le chiese la comare. Vedendo che la ragazza era all’oscuro di tutto e centellinando le parole per rendere più lunga ed importante la sua narrazione, le raccontò che anche loro erano tra gli angeli, vittime di un terribile incidente stradale. Giovanna era allibita, ma nonostante tutto desiderava fortemente sapere cosa fosse successo ai cugini.

Lei avrà  saputo, o forse non lo sapeva – continuò la donna – che il maschio lavorava in una fabbrica di gomme per auto e camion, mentre la sorella aveva una frutteria nel paese accanto. Ora successe che la fabbrica di gomme per la crisi chiuse i battenti, mettendo sul lastrico tanti padri di famiglia. Il cugino si trovò in grosse difficoltà , non riuscendo a reperire un altro posto di lavoro. Tirò avanti facendo qualche lavoretto in nero, ma era poca cosa. Ecco perché, una volta ereditata la casa rotonda, aveva assoluta necessità di venderla. La sorella era contraria, perché pensava che i soldi sarebbero durati poco e alla fine non avrebbero avuto né il piccolo capitale, né la casa. Ma era molto affezionata a quell’unico fratello ed infine cedette.

La casa fu venduta ad un signore di Roma che la pagò in contanti e la donna pensò che, per far sì che il fratello non spendesse in breve tempo tutta la sua parte, poteva assumerlo lei per farsi dare una mano al negozio, almeno finché non avesse trovato un altro lavoro stabile e più remunerativo. Il fratello accettò subito.

Tra le varie incombenze, la donna doveva andare due volte alla settimana al mercato di Fondi per rifornirsi di frutta e verdura ed era un bel sacrificio doversi alzare in quei giorni alle quattro di mattina , specie quando era inverno e le strade erano gelate. Sarebbe stato per lei un vero aiuto se se ne fosse occupato il fratello. Erano quindi entrambi soddisfatti, anche se sapevano che sarebbe stata una soluzione transitoria.

Per farlo impratichire del lavoro, pensò di accompagnarlo per le prime volte, anche per fargli conoscere i grossisti. E fu allora che accadde l’ incidente.

Stavano tornando dal mercato, dopo aver fatto incetta di frutta e verdura, ed erano circa le sette del mattino. Lui manteneva una andatura alquanto sostenuta, forse pensando che una volta arrivati avrebbe dovuto scaricare la merce e metterla in bella mostra sui banchi del negozio.  ” Ricorda che esporre bene la mercanzia equivale a farla diventare più bella, più fresca e più appetitosa! ”  Questa era una delle prime regole che gli aveva insegnato la sorella. Quante volte l’ho sentita istruirlo! Lei amava il suo lavoro e le piaceva esporre la merce con fantasia, alternando i colori sui banchi come su una tavolozza. Il suo era un negozio allegro, pieno di luce, un arcobaleno.

Fu subito dopo una curva che all’improvviso trovarono un aratro sulla strada, guidato da un contadino che andava a lavorare il suo campo. L’urto fu violento e a nulla valse la sterzata per evitarlo. Il loro camioncino sbandò di lato, finendo in una scarpata. Percorse un lungo tratto, tra piante di olivo e massi , mentre le pietre rotolavano insieme a loro.

L’agricoltore – sbalzato fuori dal mezzo – riuscì a salvarsi, sia pure con molte fratture, ma per i due fratelli non ci fu niente da fare.

 “A volte ci penso, concluse la donna, e non mi sembra vero.

Adesso non so chi sia il proprietario della casa, perché il signore di Roma non l’ho mai conosciuto, ma anche lui avrà  degli eredi! “

Giovanna era rimasta allibita e, salutata la comare, corse a casa a raccontare al compagno quello che aveva saputo. L’uomo pensò subito la stessa cosa che aveva pensato lei e si abbandonò ad una sequela di gesti scaramantici, quali Giovanna non l’aveva mai visto fare. Si sentivano due sopravvissuti…

LA CASA ROTONDA Parte Prima

 

sentiero nel bosco con panca

Era una piccola casa posta di lato al sentiero che, in quel punto, curvava e proseguiva. Chi l’aveva costruita aveva seguito l’andamento del terreno e sia il piano terra che il balconcino del primo ed unico piano non avevano i lati diritti, bensì curvati. Fuori dell’abitazione, una panca in legno corrosa dal sole e dalle intemperie.

Giovanna passava spesso da quelle parti e la incuriosiva pensare come i proprietari avessero arredato quella casetta, dai muri rotondi. Sapeva che apparteneva ad una Signora di un paese limitrofo, che però non veniva mai e la lasciava sempre chiusa. Le avevano anche detto che questa Signora aveva una figlia, ma non l’aveva mai vista.

La casa era loro pervenuta in eredità  dal marito della Signora e padre di quella loro unica figlia, figlia ormai avanti negli anni e destinata probabilmente a morire zitella. Per la verità  si erano viste sue coetanee, neanche belle, sposare uomini anche più giovani, ma si trattava sempre di signorine di buona famiglia e con beni al sole, come si dice. In questi casi l’amore c’entra poco. Ma la ragazza no, lei sognava ancora e pensava che prima o poi le sarebbe capitato un amore grande ed un uomo che avrebbe apprezzato le sue doti di gentilezza ed integrità  morale, anche se non accompagnate da altre doti di ordine materiale.

Quando suo padre le aveva lasciate, le era caduto il mondo addosso, anche per il modo con cui era successo.

L’uomo era partito all’alba, come sempre quando si recava a Roma a fare le consegne del vino. Scendendo dal camion con la disinvoltura di tanti anni di lavoro, non aveva notato un autobus che sopravveniva ed era stato preso in pieno. L’avevano portato all’Ospedale più vicino, ma vi era giunto troppo tardi. La moglie e la figlia non l’avevano più visto vivo. La moglie in particolare si rimproverava di non averlo salutato con maggiore affetto, di non aver fatto un’ ultima carezza su quel volto cotto dal sole, di non avergli rivolto una frase gentile.

Penso che succeda a tutti quelli che perdono all’improvviso una persona cara , provare rimorso per ciò che non si è fatto, rimpiangere una parola affettuosa non detta, uno sguardo non dato.

Quella mattina gli aveva preparato la colazione e gli aveva dato come al solito un grosso panino fatto con il pane casareccio, bene imbottito, per fargli fare pranzo con cibo genuino, senza spendere nei locali della città. Poi era uscita per badare alle galline, sempre indaffarata, guardandolo appena e salutandolo senza un sorriso, con un ” Ciao, a stasera.”

La figliola dormiva ancora e non gli aveva dato neanche un ultimo abbraccio.

Fu duro, per entrambe, continuare senza di lui. Dalle incombenze legali per la successione, per le quali si affidarono ad un commercialista del posto, alle questioni relative alla piccola attività  della vendita del vino.

Da sole erano smarrite e perdute.

Era brutto, specie la sera, sedersi a tavola: quel posto vuoto pesava ad entrambe. Allora la figlia accendeva la televisione con l’audio alto, per farsi compagnia. Non potevano neanche parlare per quanto era alto il volume, perché non si sarebbero capite, e così un altro giorno passava.

Nel tempo, venne alla madre l’angoscia di poter morire all’improvviso, lasciando sola quell’unica figlia. Che cosa avrebbe fatto? Aveva solo due cugini che per la verità  non si erano mai mostrati molto vicini a loro dopo la disgrazia : una visita di condoglianze e poi più nulla.

La donna prese a frequentare più di prima la Parrocchia e la domenica si recava alla Messa con la figliola, guardando di nascosto i possibili partiti per lei. Ma ben presto si accorse di non avere speranze: quelli dell’età giusta o erano sposati o fidanzati. I ragazzi più giovani l’avrebbero forse fatta soffrire e poi la maggior parte di loro non frequentava la Chiesa.

Giovanna non incontrò mai né la mamma, né la figlia, ma ebbe queste notizie da una compaesana che le conosceva da sempre.

Dopo qualche anno, passando davanti alla casa durante una delle sue passeggiate , Giovanna notò un cartello legato ad una finestra : “Vendesi” con un numero telefonico.

Pensò che le due donne volessero disfarsi della casa perché non la utilizzavano mai e ne parlò al suo compagno.

Andarono a vederla insieme, anche se solo dall’esterno, ed anche lui la trovò una casetta molto singolare, in un posto ricco di cespugli di more e di alberi di alto fusto, abeti verdi e pini che profumavano l’aria.

Essendo la casa di piccole dimensioni, posta fuori del centro abitato e comunque lontana da altre abitazioni, non avrebbero neanche dovuto chiedere molto, cosa che non era affatto marginale. Pensarono di contattare le proprietarie al numero indicato, ed ebbero una sorpresa : non erano la mamma e la figlia a vendere, ma i loro eredi, quei due cugini menzionati prima.

S p a v e n t e v o l e

dictionary-2409189__340[1]

“E’ spaventevole” disse la ragazza, camminando al suo fianco.

Non era sicura che fosse la parola giusta, ma era l’unica che le fosse venuta in mente quando il ragazzo, dopo qualche minuto di silenzio, aveva osservato : “Non abbiamo niente da dirci.”

Lei aveva allora pensato di rispondere, ma non sapeva cosa. Sentiva di dover dire qualcosa di importante, ma le venivano in mente termini banali o troppo forti. Poi era arrivata quella parola, “spaventevole”, ma non sapeva se fosse un corretto italiano e se si potesse descrivere così la loro situazione.

Era molto giovane e soprattutto senza esperienza.

Attualmente, col senno di poi e con gli anni di poi, avrebbe potuto obiettare : “ Non si deve sempre parlare. E’ anche bello passeggiare insieme in silenzio, nella quiete di un sentimento. A volte così si sente più vicina la persona cara : nel silenzio è più facile sentire il battito del cuore.” Questo gli avrebbe detto con l’esperienza di una vita, ma era giovane e inesperta e non aveva la forza di contraddirlo.

Quell’ amore le era piombato addosso all’improvviso. Si era trovata presa nella tela del ragno, senza potere e volere fuggire: si era sentita anzi privilegiata e fortunata a vivere questa sua prima storia.

Era anche un po’ intimidita da quel ragazzo, di qualche anno più grande : aveva sempre paura di sbagliare, di non dire la parola giusta.

Ora capiva che lo stava perdendo e si sentiva smarrita.

Lui ascoltò e non fece commenti.

Lei pensò che, al ritorno a casa, avrebbe controllato sul vocabolario se aveva detto la parola giusta.

L A S I G N O R A

la signora foto

Era in braccio alla sua mamma, che lo teneva stretto come un tesoro e lo portava in giro per le ampie stanze. Si vedeva bambino. Ripensandoci, era molto piccolo e poteva appena camminare, ma stava seduto dritto ed impettito sul braccio della sua mamma.

La Signora era vestita alla moda dell’epoca, con un abito di broccato che le scivolava addosso sul corpo sinuoso. Il vestito era ornato da merletti al tombolo leggerissimi, che salivano sino al viso accompagnando il collo alto da cigno. I capelli, raccolti sulla sommità del capo, incorniciavano il volto con un lieve accenno di frangia.

Da lei emanava luce, una luce interiore che rispecchiava il suo animo.

Sono belli i tuoi vestiti, è la luce dentro” Questo avrebbe detto, più di un secolo dopo, uno scrittore ad una sua nipote.

Evidentemente le donne della famiglia avevano ereditato il suo fascino.

Lei era cresciuta in un collegio fiorentino che ospitava le ragazze della nobiltà. Le avevano insegnato, oltre alle nozioni umanistiche e scolastiche in generale, anche a suonare il pianoforte a livello concertistico ed a ricamare piccoli e grandi capolavori.

Alcuni di questi suoi ricami, dopo più di un secolo, ancora adornano in cornice le case dei suoi discendenti.

Era bella, la Signora, di quella bellezza che i poeti chiamano venustà.

Poi l’incontro con Giovanni Battista, giovane di buona famiglia, laureato in giurisprudenza .

Lui amava suonare il violino ed insieme formavano un duo molto affiatato. Alla fine dell’ottocento era facile incontrarsi nei salotti “buoni”, fare conoscenza ed infine convolare a giuste nozze, sotto l’occhio accondiscendente della padrona di casa.

E così fu.

Il loro fu un amore delicato e profondo insieme, un amore pacato e semplice. Nacque subito un figlio, Nestore, e dopo qualche anno, fu la volta di Angelo.

Ma la Signora non stava bene, si sentiva a volte mancare il respiro, come se qualcuno le stringesse la gola. Fu portata da un luminare dell’epoca ed il responso fu “Ha un cuore debole, deve cercare di non fare sforzi, di non avere emozioni e soprattutto deve evitare altre gravidanze.”

I fratelli della Signora, preoccupati per quell’ unica sorella, vollero un consulto con un Professore di Milano, ma il responso fu identico.

Finirono i concerti, perché la Signora non si doveva affaticare. Fu una grande rinuncia per i due coniugi, perché era per loro meraviglioso poter esprimere il meglio del loro animo e del loro amore attraverso le note dei grandi compositori.

Comunque nessuno degli specialisti consultati aveva saputo spiegarle cosa avesse esattamente il suo cuore. Una volta non esistevano i metodi di indagine moderni che possono esaminarti come se un piccolo robot camminasse dentro il tuo corpo annotando tutte le anomalie. Allora si poteva soltanto diagnosticare che un cuore era “debole” .

Poi – erano passati tre anni – i due sposi si accorsero di aspettare un altro figlio.

Erano felici entrambi, ma sapevano il rischio che correvano. Nacque una bimba, bellissima, che chiamarono Flaminia.

La piccola aveva ereditato la bellezza della mamma ed era impossibile passarle accanto senza notarla. I due fratellini più grandi l’amavano di un amore profondo. Sembrava loro un piccolo angelo sceso dal cielo per completare la famiglia.

Ma a volte il destino è veramente crudele. La piccola si ammalò e – aveva neanche due anni – li lasciò. Allora la Signora, straziata dal dolore, sentì che la vita in lei si stava affievolendo e lottò con tutte le sue forze per non lasciare i suoi cari, specialmente gli altri due figli ancora tanto bambini. Ma non le fu consentito.

Questa è una storia triste, soprattutto perché è vera.

So che i fratelli di lei ruppero ogni rapporto con quel cognato che ritenevano responsabile della sua morte per quell’ultima gravidanza, della quale conosceva il rischio. Comunque ebbero sempre cari i suoi due figlioli, loro nipoti, rimasti orfani ancora così piccoli.

001 fratelli bonfiglio

E i suoi figli?

Conservarono nel cuore l’ affetto per lei, e continuarono a vivere, sempre più uniti.

Ma questa è una storia triste, soprattutto perché è vera.

Il fratello maggiore morì ad appena ventitré anni, per una pleurite non curata che degenerò, dopo qualche tempo, in tisi. L’aveva presa quando era sotto le armi durante la Grande Guerra e non era stata diagnosticata. Il ragazzo si sentiva male, debolissimo, ma i superiori – fidandosi del medico del reparto – pensavano che mentisse per evitare i lavori più duri. Durante i turni di guardia, la notte, si sentiva scorrere addosso un sudore ghiacciato e pensava alla mamma, che ancora vedeva nei suoi ricordi di bambino.

Questo nuovo lutto si abbatté sul fratello minore, Angelo, come una mazzata. Tutta la sua famiglia era stata distrutta. Sì, tutta la famiglia, perché il padre, dopo anni di vedovanza, si era risposato ed aveva avuto un altro figlio.

Angelo, divenuto adulto, si rifugiò ancora di più nell’affetto per la sua mamma. Chiese il miracolo di poterla rivedere e di poter passare almeno qualche momento con lei, magari in sogno.

Quando aveva perso la mamma era ancora così bambino che il ricordo del viso di lei si era cancellato e questo lo faceva molto soffrire. Gli mancava il suo volto. Aveva soltanto dei ritratti fotografici dell’epoca, ma non esprimevano la bellezza interiore della sua mamma.

Infine Qualcuno udì la sua richiesta e fu accontentato!

Sognò di essere piccolo, in braccio a lei, che lo teneva come un tesoro. Gli fece visitare tutta la casa dove vivevano all’epoca e gli fece anche ammirare da una finestra del salotto il panorama : una vallata stupenda, con alberi secolari ed un piccolo lago dove al tramonto si abbeveravano gli animali in libertà. Era un luogo di pace.

Il ragazzo raccontò poi al padre come era composta la villa dove vivevano con la mamma, senza dirgli che l’aveva rivista in sogno ed il padre non riusciva a comprendere come potesse ricordare… Gli confermò comunque ogni minimo particolare.

Passarono molti anni, praticamente due generazioni, ed una sera – durante una seduta spiritica – la Signora fu chiamata e venne.

Anche io partecipavo.

Ero commossa pensando a quanto la sua vita fosse stata triste.

Le dissi “ Chissà come hai sofferto per aver dovuto lasciare i tuoi figli, ancora tanto piccoli!” E lei rispose “Puoi immaginare la mia pena!”

Venimmo poi a sapere che, per l’affetto che la legava ai suoi cari, aveva avvicinato anche delle altre anime che seguivano il nostro destino, il destino di noi discendenti.

Perdemmo un ragazzo, tanti anni fa, e avendo saputo che quando moriamo non siamo soli, ma abbiamo chi ci accoglie e ci conforta, le chiesi se potevo sapere chi era andato a riceverlo. Mi rispose “Nonna Amina per te ed io per tuo padre.”

E che vi disse, incontrandovi?” domandai ancora.

Mi rispose : “ Disse : chi siete?”

E’ vero, il ragazzo non le aveva mai conosciute. Non avrebbe potuto dire altro.

L A S T A N Z A Parte Quinta

 DSCF1485

Passò del tempo e la stanza rimase vuota ancora una volta. E’ incredibile quanto in fretta passino gli anni, senza che ce ne accorgiamo. Poi, all’improvviso, ce ne rendiamo conto e cerchiamo, se possibile, di riguadagnare il tempo perduto.

Ripresi un vecchio progetto che avevo : ricavare nella stanza uno studiolo per me. Ero piuttosto titubante, perché la trovavo meno calda degli altri ambienti. Io da sempre sono molto freddolosa, specie quando devo stare ferma a leggere o a scrivere.

Ricordo che per i miei primi vent’anni ho abitato a Roma in un palazzo umbertino di Piazza Vittorio Emanuele. Era uno dei palazzi molto belli che circondano la piazza, con stanze enormi dai soffitti altissimi. Penso che in ognuno degli appartamenti al giorno d’oggi se ne ricaverebbero almeno quattro. Purtroppo non c’era riscaldamento e nonostante mettessimo stufe in ogni ambiente non riuscivamo mai a stiepidire l’aria! Quel poco calore che si formava volava in alto verso il soffitto e sotto si gelava.

In tanti anni non mi sono mai abituata al freddo. Eppure, quando seppi che dovevamo andare via da quella casa perché la Società Assicuratrice, proprietaria dell’intero palazzo, voleva rinnovare il contratto con un affitto da sballo, provai un grande dolore.

La mia vita tranquilla subiva un cambiamento radicale. Non riuscivo a vedermi in un ambiente diverso. Mi sentivo persa e proiettata verso l’ignoto, come se mi affacciassi su un baratro. Mi venivano in mente le passeggiate al Colle Oppio, così vicino a casa e il giardino dentro la piazza Vittorio Emanuele, con le sue due fontane dove il cane che avevo quando ero piccola, un barbone nero gigante di nome Black, si tuffava spesso, nelle uscite serali, anche d’inverno quando l’aria era gelida.

Lì erano le mie radici e i miei ricordi.

Fu Monteverde Vecchio ad operare il miracolo, con la nuova casa immersa nel verde. Quando la vidi sentii di aver superato i problemi del cambiamento, del trasloco, del dover scegliere cosa portare, rinunciando a tanti piccoli oggetti per me preziosi.

A proposito di traslochi rammento che, qualche anno prima, uno dei miei zii aveva dovuto cambiare casa ed era stato costretto – per motivi di spazio – ad imporre ai suoi cinque figli, tutti studenti, un massimo di libri da poter portare nella nuova abitazione. La figlia più grande, un “topo di biblioteca” come me, mi aveva allora pregato di nascondere i volumi ai quali teneva particolarmente, cosa che avevo fatto mettendoli sotto al materasso del mio letto. Passato il trasloco, uno per volta li aveva ripresi. Nessuno l’ha mai saputo.

Ma torniamo alla nostra piccolissima stanza nella casa di Serrone.

Ancora una volta mio marito mi venne in aiuto, chiamando un idraulico che cambiò il termosifone con uno più grande e lo mise in un punto strategico, da dove il calore riscaldava tutta la piccola stanza. L’ambiente divenne un nido caldo, adatto a me.

Andai poi da IKEA, dove trovai una piccolissima consolle, ideale per poggiarci il computer. Era in ferro con il ripiano in vetro. Non potevo permettermi, per ragioni di spazio, di acquistare una scrivania.

Delle volte mi capita di vedere le interviste che rilasciano personaggi famosi a vari giornalisti. Gli intervistati siedono davanti a bellissime scrivanie d’epoca , con tanti cassetti che fanno pensare a chissà quali contenuti importanti, e con lo sfondo di librerie dai grandi volumi rilegati in tinta con la tappezzeria… Spesso mi sono chiesta se veramente quei tomi sono stati letti o se sono stati messi in bella mostra per creare un ambiente intellettuale, magari su consiglio dell’arredatore…

Tornando a me, mi ha sempre divertito arredare le mie case e con l’esperienza ho capito che nei locali angusti occorre mettere pochissimi mobili, lo stretto indispensabile, per ottenere un buon risultato.

Comunque misi anche un divanetto a due posti, una seggiola in legno intagliato e l’immancabile treppiede con delle piante.

Tutto il resto dell’arredamento, non volendo mettere altro, era sospeso in alto : ricavai una bella libreria con tavole color noce sulle quali posai, oltre ai libri, una serie di oggetti a me cari, da un bambolotto cinese in porcellana che risale a circa sessant’anni fa, a un piccolo orso simbolo di Berna di “soli” cinquant’anni, ai miei dischi preferiti di De André. Infine completò l’arredamento un piccolissimo televisore, non più largo del palmo di una mano, per sentire ciò che accade nel vasto mondo (anche se a volte sarebbe meglio ignorarlo…) .

Avevo appena terminato di arredare la piccola stanza che mio marito, ammirando il lavoro, mi disse : “Allora? Cosa hai scritto di nuovo? “ Per lui evidentemente basta avere l’ambiente giusto perché i pensieri fluiscano da soli.

Ho sorriso, perché so che è il primo dei miei “fan” , la persona alla quale leggo le sciocchezzuole che scrivo e che sempre mi incoraggia a farlo.

La vecchia “camera dei cani “ si è trasformata in un delizioso studiolo per me e penso proprio che questa sarà la sua destinazione definitiva.

F O T O di C L A S S E

fotoclasse[1]

A Francesca , di tutto il percorso scolastico, erano rimaste solo quelle cinque o sei foto, grandi e leggermente sfocate, ormai antiche. Era bello comunque “rileggerle” , contemplare i visi tondi e imberbi dei compagni di classe all’età delle scuole medie e via via rivederli al ginnasio ed al liceo, per finire con l’ultima foto, quella dell’anno del diploma. Lì i loro volti erano diversi, più consapevoli, più maturi.

Le ragazze, in particolare, erano ormai delle signorine ed avevano voluto fare la foto senza indossare il grembiule d’ordinanza : erano belle, con la freschezza della prima gioventù, i capelli pettinati in modo moderno e le prime calze di seta. Al centro, come sempre, il preside ed i professori delle materie più importanti. Spesso, in questo genere di foto, c’è qualche imbecille che si diverte a fare le corna ai compagni seduti davanti a lui . Solo nell’ultimo anno erano tutti composti ed abbozzavano un sorriso sbiadito, forse perché pieni di timore per il difficile esame che li aspettava.

In proposito, Francesca ricordava il professore di latino e italiano, che sin dai primi giorni di scuola aveva predicato che dovevano stare tranquilli, perché studiando con calma e continuità per tutto l’anno sarebbero arrivati all’esame finale senza problemi. Quello stesso professore che nell’ultimo mese – vedendoli “troppo” tranquilli – cercava di spronarli dicendo loro : “ Ma lo volete capire che dovrete affrontare esami veramente difficili ? Ricordatevi che nessuno vi regala niente!“

Nella loro classe, come in tutte le classi, pur essendo la media degli alunni molto buona dal punto di vista scolastico, c’erano dei veri “fuori classe” per quanto riguarda le versioni dal latino e dal greco. Una ragazza in particolare eccelleva in queste prove, ma – purtroppo per i compagni – prima degli esami aveva detto : “Io sarò un muro !” facendo cadere così le speranze di tutti. In proposito Francesca ricordava che il professore delle materie letterarie , al quale certamente era stata riportata questa frase, aveva detto in classe: “ Durante le prove tutti devono aiutare tutti, ovviamente nei limiti del possibile.” A questo punto la secchiona, che aveva una vera adorazione ( anzi, una cotta segreta) per questo professore, aveva rivisto le sue posizioni. Poi nessuno era stato aiutato, perché la sorveglianza degli insegnanti esterni, venuti da altre scuole, era ferrea, ma la notizia aveva comunque tranquillizzato i più preoccupati.

Negli anni, le foto di classe avevano sempre accompagnato Francesca, sopravvivendo a ben tre traslochi durante i quali molti ricordi erano stati decimati senza pietà per fare spazio. Ma le foto di classe no, non erano state mai scartate. Durante i traslochi la ragazza diceva ogni volta “E’ come passare una malattia!”, guardando sconsolata gli scatoloni da riempire, ma un posticino per le foto l’aveva sempre trovato.

A volte Francesca ricordava le coppie che si erano formate, come sempre accade, nell’ultimo anno del liceo. Chissà che fine avevano fatto quegli amori scolastici… Anche Francesca aveva avuto il suo corteggiatore, un ragazzo timido che era un genio in matematica e fisica e che le aveva fatto una corte molto discreta. Non si erano mai visti fuori, non le aveva mai chiesto un appuntamento. Si limitava a guardarla ed a perdersi nei suoi occhi. Alcune compagne di classe, sfruttando questa amicizia particolare, l’avevano pregata di chiedere al genio di dare a tutte loro, ovviamente gratis, qualche lezione prima degli esami ed egli aveva accettato subito, senz’altro per avere una scusa per vederla più spesso. Accadeva che – magari durante una lezione – all’improvviso il genio si rivolgesse a lei dicendo: “Che occhi belli hai!” Al che le altre : “Sì, va bene, ha gli occhi belli, ma adesso finisci di spiegarci questa funzione di trigonometria!”

A suo tempo il padre di Francesca aveva scelto per la figlia un Liceo statale noto per la serietà e la bravura dei professori. “Se prendi un sei , è come se prendessi otto in un’altra scuola.” le aveva detto. Purtroppo era molto distante dalla loro abitazione e la ragazza doveva attraversare mezza Roma per arrivarci. Era giovane e non le pesava tanto, ma questo le aveva creato una forma di isolamento. Infatti i compagni si frequentavano anche dopo l’orario delle lezioni e, negli anni, seppe che alcuni si vedevano anche la domenica mattina perché andavano a sentire la messa in una Chiesa vicina all’Istituto.

Inoltre, il Liceo che Francesca aveva frequentato era un Istituto dove affluivano i rampolli della “Roma bene”. Nella sua classe infatti c’erano il figlio di una deputata, di un conte, di un famoso avvocato, di un direttore di una grande industria e così via. A volte, quando uscivano prima dell’orario consueto per svariati motivi, la classe si radunava nella casa di una di loro che abitava nei pressi, in un piccolo super attico vicino a Villa Borghese. Sotto c’era l’appartamento dei genitori e sopra quello della ragazza. Sul terrazzo era stata costruita anche una piccola piscina che però non si poteva riempire troppo per motivi di staticità. Nelle riunioni improvvisate tutti davano un piccolo contributo e qualche volontario andava a comprare le bibite. Nel primo pomeriggio poi la radio trasmetteva tutti giorni “Ballate con noi” ed era bellissimo sentire le canzoni italiane più famose alternate ai primi dischi americani ormai conosciuti anche in Italia. Una volta la ragazza vide, posato su una scrivania, un anello a sigillo da uomo con inciso uno stemma: una corona con tre palle. Chiese allora alla sua compagna di classe, padrona di casa, quale grado di nobiltà indicasse e quella imbarazzata rispose “Un conte”. Allora Francesca ricordò che ad una festa a casa di amici aveva notato un ragazzo con un anello a sigillo da mignolo – come andavano di moda allora – sul quale era incisa una corona con undici o dodici palle. L’aveva raccontato poi alla nonna che l’aveva informata che più sono le palle e più è basso il grado di nobiltà.

Certo i genitori di Francesca non avevano le stesse possibilità economiche dei genitori della maggior parte dei suoi compagni, ma la ragazza non se ne fece mai un problema, né provò mai invidia. Solo una volta provò una stretta allo stomaco (che potrebbe classificarsi invidia) quando una compagna di scuola raccontò che durante le vacanze aveva potuto ammirare da vicino le metope del Partenone al British Museum di Londra. Francesca adorava studiare storia dell’arte ed avrebbe voluto avere i mezzi per viaggiare e poter vedere i capolavori che doveva accontentarsi di contemplare solo in fotografia nei libri scolastici. Dobbiamo pensare che all’epoca non esistevano i computer che attualmente ci permettono di andare in tutto il mondo stando a casa nostra.

Un altro ricordo degli anni del liceo riguardava il cibo surgelato. Era stata invitata a pranzo da una compagna, Claudia, che abitava in un antico palazzo dalle parti di Piazza Barberini. La famiglia viveva in uno di quegli appartamenti che per almeno vent’anni dalla fine della guerra furono dichiarati a “fitto bloccato” . Non c’era ascensore e per arrivare alla casa bisognava fare tante scale quante, immagino, ne servano per raggiungere la nuvola più vicina. I gradini, poi, man mano che dai “piani nobili” si saliva verso i  locali una volta utilizzati per la servitù, diventavano sempre più alti. Quella famiglia era veramente in ristrettezze economiche, dato che lavorava solo il padre e doveva mantenere moglie e quattro figlie femmine, tutte in età scolastica. Ebbene, una volta che era andata a studiare in quella casa, una casa povera ma dignitosa, era stata invitata a fermarsi a pranzo con loro. Francesca avrebbe voluto rifiutare per non togliere il cibo a quelle sei bocche, ma temeva di offendere chi l’aveva invitata con il cuore. Gironzolando in cucina aveva visto nell’acquaio dei filetti di pesce posti a scongelare. All’epoca si cominciava a sentir parlare di cibo surgelato, che all’inizio costava pochissimo, ma alcuni dicevano che faceva male. Come tutte le novità, ci vuole un po’ di tempo perché vengano accettate. Vi immaginate al giorno d’oggi un mondo senza surgelati? Comunque la mamma cucinò quei filetti di pesce fritti dorati ed erano buonissimi.

A proposito, la mamma di Claudia cercava di creare una fonte di risparmio per la famiglia acquistando a rate delle pubblicazioni numerate e firmate. Tutti i mesi passava da lei un venditore di libri d’arte favolosi, libri che raramente si potevano vedere anche nelle migliori librerie, e li vendeva a rate mensili piccole piccole. La donna faceva grandi sacrifici per far uscire dal magro mensile del marito quei pochi soldi ogni mese perché pensava che, in caso di bisogno, avrebbe avuto così un salvadanaio a disposizione. Non so se , nel tempo, avrà mai dovuto realizzare il suo piccolo tesoro e soprattutto se avrà trovato compratori interessati. Non è facile incontrare persone amanti dell’arte, con molti soldi a disposizione e che paghino il giusto, senza voler approfittare dello stato di bisogno di chi è costretto a vendere. Nel frattempo, ogni tanto questi grandi volumi venivano tolti dalle loro custodie per far loro prendere aria e sfogliati con molta attenzione per non sciuparli.

Passarono gli anni. Il liceo finì e la classe si sparpagliò nella vita.

Nel tempo, Francesca venne a sapere che anni prima una delle compagne più facoltose era rimasta orfana di padre, subendo così un tracollo economico. “Pensa che ha dovuto mettersi a dare lezioni per guadagnare qualche cosa!!” le disse il suo informatore. La ragazza ci rimase male: se ne fosse stata informata, avrebbe potuto darle una mano trovandole qualche lavoretto. Infatti nei primi anni di Università aveva lavorato come baby sitter in varie case ed era stata anche chiamata per accompagnare per un mese due bambini al mare.

Comunque Francesca aveva perso i contatti con tutti e non sapeva più nulla di loro.

Passarono circa venti anni.

All’improvviso venne cercata telefonicamente da un compagno di classe che le disse che volevano creare una associazione che comprendesse sia gli ex-alunni che gli studenti. L’idea le piacque moltissimo ed andò alle riunioni preliminari. Rivide così alcuni dei compagni di un tempo e ricevette molti complimenti per come si “conservava” bene. Fu contenta di rivedere in particolare due gemelli , un maschio ed una femmina: lui aveva frequentato la stessa classe al liceo, mentre lei era diventata amica di tutti pur seguendo altri studi. Dove era l’uno era anche l’altra, sempre sorridenti e gentili con tutti.

E venne il giorno più importante, il giorno della votazione del consiglio di direzione della associazione. Entrò nell’Istituto e salì la grande scalinata che portava al piano superiore, quello del liceo. Arrivò sul ballatoio e vide un compagno di tanti anni prima che camminava avanti e indietro , come aspettando qualcuno. Lo salutò e dalla espressione dell’altro capì che non si ricordava affatto di lei. “Carissima – le disse senza sbilanciarsi troppo con i nomi – che piacere rivederti!” Intanto teneva d’occhio la scala per vedere se arrivasse colei che attendeva. Allora ricordò che quell’uomo, da ragazzo, si era perdutamente innamorato della contessina. Chissà come era andata a finire…. Lui era di una ricca famiglia plebea che possedeva il primo supermercato aperto a Roma da tempo immemorabile, il primo grande magazzino dove veniva venduto un po’ di tutto e dove Francesca era andata molte volte, perché trovava sempre quello che cercava a prezzi bassissimi. Era bello girare per i vari reparti ed ammirare tante cose, anche quelle che non aveva visto mai. Sembrava di essere entrati nel Paese dei Balocchi. Questo negozio esiste tuttora, e ci vanno specialmente gli immigrati perché trovano tutto a pochi soldi. Per molti anni lei non aveva saputo che la famiglia del compagno di scuola fosse la proprietaria di quel posto incantato.

Arrivata nell’Aula Magna, aveva trovato altri compagni, tra cui Claudia. Notò che le domande che tutti si facevano scambievolmente erano due e precisamente:”Quanti figli hai? Dove lavori?”

Dopo la votazione uscì con Claudia. Andarono in un caffè e cominciarono a parlare come se il tempo non fosse passato. Ricordarono quando si incontravano per studiare nel parco di Villa Sciarra . Lì, tra pini secolari e canti d’uccelli, preparavano gli esami universitari. Era bello, con la merenda portata da casa e l’appetito che veniva a una certa ora.

L’amica le confidò che aveva una figlia di quattordici anni e che tirarla su era difficile. Le ragazze moderne non sono ubbidienti come erano state loro alla stessa età ed era veramente un impegno. Francesca non le chiese se era o meno sposata, se aveva qualcuno accanto che la potesse aiutare. Dato che l’altra non le aveva detto niente sul padre della giovane, le sembrò indelicato chiedere. Passarono un’ora insieme, ricordando anche episodi del passato scolastico e sentendosi ritornare ragazze. Era bello essersi incontrate di nuovo.

Al momento del commiato, Francesca disse “Rivediamoci, qualche volta…” Ma l’altra fu veloce a rispondere : ” Non ho tempo, non sarebbe possibile.” Francesca sentì quasi un dolore fisico in mezzo allo stomaco. Si sentì apertamente, definitivamente rifiutata. Casa, casa… ora desiderava solo raggiungere la sua casa, con i suoi ricordi sicuri, l’ abbraccio delle pareti.

Appena giunta, aprì il cassetto dove erano riposte le foto scolastiche. Le prese e, senza guardarle un’ultima volta, le strappò a pezzetti. Vide che era rimasto un volto intero, il volto tondo del gemello e si affrettò romperlo.

LA STANZA Parte Quarta

convivialità

 

Dopo qualche anno, riuscimmo a comprare la casa che era subito sopra la nostra. Le unimmo (con il valido aiuto di mia sorella, architetto) e ne venne fuori una casa grande, piena di terrazzi, scale e scalette interne ed esterne molto suggestive, anche se un po’ faticose. Devo confessare che attualmente è positivo avere tutte queste scale, in quanto siamo obbligati a fare ginnastica continuamente…

Ormai non avevamo più bisogno del piccolo locale al primo piano, avendo ricavato una sala da pranzo più comoda ed un salotto “vero” al piano superiore.

La stanza ancora per qualche tempo rimase inutilizzata.

Si pose poi il problema di trovare un posto dove mettere i cani quando veniva da Roma a trovarci la carovana degli amici.

All’epoca, se venivano tutti, eravamo circa quaranta persone. Alcuni di loro avevano dei cani e pertanto il problema non si poneva. Altri invece nutrivano delle vere e proprie fobie nei confronti dei pelosi, fobie che riguardavano solo in minima parte la paura dei cani. Più che altro li temevano dal punto di vista igienico: si sa che i figli pelosi fanno le feste saltandoti addosso e riempiendoti di peli, che basta fare loro un complimento per comprarseli, che guardano con occhi imploranti ed affamati chi sta addentando una tartina per conquistarne un pezzettino, non importa cosa tu stia mangiando, qualsiasi cosa sia.

A questo punto dovevamo assolutamente trovare un posto dove poterli chiudere per qualche ora durante i nostri meeting. Nella stagione calda avremmo potuto lasciarli fuori, su uno dei terrazzi coperti, ma durante l’inverno non potevamo farli stare al gelo.

Ancora una volta la nostra piccola stanza ci venne in aiuto.

Chi ha letto la storia di Isotta , detta Totta, raccontata nei miei “Piccoli Amici”, ricorderà che si trattava di un cane che soffriva di sindrome da abbandono. Quando uscivamo o quando dovevamo allontanarci da lei anche per un breve periodo, si disperava talmente che rompeva tutto quello che poteva rompere.

In quel periodo era arrivata da noi anche Chicca, la nostra cagnolina bianca, calma e dolcissima, ma la sua vicinanza non bastava a consolare Totta della nostra assenza.

Prima di far loro usare la piccola stanza, fummo obbligati ad ordinare ad un fabbro un cancelletto per chiuderla, in quanto la porta in legno sarebbe stata distrutta in un attimo, ed anche delle grate interne per salvare la finestra. Dovemmo inoltre alzare tutte le tavole che componevano due piccole librerie a muro, in quanto Totta facendo dei salti riusciva ad afferrare i libri, riducendoli in brandelli. Ovviamente non nutriva preferenze di autore o di contenuto: i libri per lei erano solo del materiale da distruggere.

Alla fine, due belle cucce comode completarono il nuovo arredamento e la nostra stanzetta diventò “la camera dei cani”.

Una volta chiuse laggiù, potevamo stare tranquilli che nessuno avrebbe disturbato i nostri pranzi. Poi, per non sentirle abbaiare, tutte le volte che serviva compravamo il loro silenzio con un grande osso di bue, che specie Totta si divertiva a sgranocchiare con impegno.

E che festa quando tutti gli invitati erano andati via, poter correre a liberarle! Ci saltavano addosso come se non ci avessero visto da giorni!

Devo dire che non ci portavano rancore per essere rimaste chiuse qualche ora, come se capissero che era indispensabile farlo.

Col tempo le pelose divennero tre, perché la famiglia si allargò anche a Liebe, la mini cagnolina che mi venne regalata. Liebe era quella che protestava di più quando capiva che le portavamo giù per chiuderle. Comunque almeno così stavano al calduccio su delle belle e morbide cucce.

Passarono gli anni e, nel tempo, la nostra bella comitiva si fece sempre più esigua. Avevamo più o meno la stessa età e adesso siamo quasi tutti intorno agli 80 anni. Alcuni non ci sono più e ripenso con tanto rimpianto a chi ci ha lasciato. Tra tutti in particolare Isolina e Marco. La loro era stata una romantica storia d’amore, una storia che si era accesa sotto il sole di Napoli, tra la bella e giovane Isolina ed il bellissimo ufficiale di marina Marco. Invecchiando, li vedevo come due persone fuori dal tempo, due persone unite come non mai. Fu lui il primo a lasciarci e la moglie visse ancora pochissimi anni, consumandosi e rimpiangendolo sempre.

Nel corso della nostra vita abbiamo visto amici dover affrontare, oltre ai problemi di tutti gli anziani, anche i problemi dei figli. Siamo stati testimoni della loro sofferenza per l’egoismo della propria famiglia, in un periodo della vita in cui avrebbero avuto ancora più bisogno dell’affetto dei propri cari. Quello che ho visto, mi ha fatto ringraziare Dio per il destino che ho avuto finora.

Ricordo che una cara amica, anche lei rimasta senza il proprio compagno di vita, mi confidò : ” E sai allora che mi ha detto mio figlio “Tu morirai sola!” Così mi ha gridato, perché voleva che gli intestassi subito parte della casa!” E piangeva e le lacrime scendevano dai suoi occhi seguendo il tracciato delle rughe sulle guance. Soffrivo per lei e per sentire meno dolore cercavo di tenere occupata la mia mente con le evoluzioni disegnate sul suo volto dalle lacrime.

Dopo qualche tempo, anche questa amica morì per una malattia, una malattia che trovò il suo corpo senza difese. Il male fece presto con lei, perché ‘non voleva’ difendersi.

In chiesa, per l’ultimo saluto, il figlio pianse e pronunciò delle parole toccanti di commiato.

Certamente non sapeva che gli amici più cari sapevano.

Spero che anche lui provi un giorno gli stessi dolori. “La vita è una ruota” dice un proverbio che tutti conoscono…

Per fortuna non tutti sono così: qualche rara eccezione esiste ed allora è consolante vedere i figli, a loro volta ormai grandi, prendersi cura dei propri genitori. I ruoli, ad una certa età, si invertono. Una cosa che ho notato, è che gli anziani si sentono in colpa quando vedono i propri figli stanchi dovendosi dividere tra il lavoro, le incombenze della vita e l’assistenza ai propri genitori.

I vecchi quasi chiedono scusa di essere ancora vivi.

Ma torniamo alla nostra stanza.

Per qualche anno rimase “la camera dei cani” e la adoperavamo anche quando veniva il veterinario a casa per visitare Totta, ormai anziana e gravemente malata. In tali occasioni ci portavamo un tavolo da giardino in modo che il medico la potesse visitare più comodamente.

Fu lì che ebbi la triste notizia che la nostra Totta era di nuovo assalita dal tumore, anzi che dalla ecografia era risultato che era tutta un tumore, e che le restavano al massimo un mese o due di vita.

La nostra stanza, la nostra piccola stanza, mi sembrò all’improvviso buia e fredda.