S p a v e n t e v o l e

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“E’ spaventevole” disse la ragazza, camminando al suo fianco.

Non era sicura che fosse la parola giusta, ma era l’unica che le fosse venuta in mente quando il ragazzo, dopo qualche minuto di silenzio, aveva osservato : “Non abbiamo niente da dirci.”

Lei aveva allora pensato di rispondere, ma non sapeva cosa. Sentiva di dover dire qualcosa di importante, ma le venivano in mente termini banali o troppo forti. Poi era arrivata quella parola, “spaventevole”, ma non sapeva se fosse un corretto italiano e se si potesse descrivere così la loro situazione.

Era molto giovane e soprattutto senza esperienza.

Attualmente, col senno di poi e con gli anni di poi, avrebbe potuto obiettare : “ Non si deve sempre parlare. E’ anche bello passeggiare insieme in silenzio, nella quiete di un sentimento. A volte così si sente più vicina la persona cara : nel silenzio è più facile sentire il battito del cuore.” Questo gli avrebbe detto con l’esperienza di una vita, ma era giovane e inesperta e non aveva la forza di contraddirlo.

Quell’ amore le era piombato addosso all’improvviso. Si era trovata presa nella tela del ragno, senza potere e volere fuggire: si era sentita anzi privilegiata e fortunata a vivere questa sua prima storia.

Era anche un po’ intimidita da quel ragazzo, di qualche anno più grande : aveva sempre paura di sbagliare, di non dire la parola giusta.

Ora capiva che lo stava perdendo e si sentiva smarrita.

Lui ascoltò e non fece commenti.

Lei pensò che, al ritorno a casa, avrebbe controllato sul vocabolario se aveva detto la parola giusta.

L A S I G N O R A

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Era in braccio alla sua mamma, che lo teneva stretto come un tesoro e lo portava in giro per le ampie stanze. Si vedeva bambino. Ripensandoci, era molto piccolo e poteva appena camminare, ma stava seduto dritto ed impettito sul braccio della sua mamma.

La Signora era vestita alla moda dell’epoca, con un abito di broccato che le scivolava addosso sul corpo sinuoso. Il vestito era ornato da merletti al tombolo leggerissimi, che salivano sino al viso accompagnando il collo alto da cigno. I capelli, raccolti sulla sommità del capo, incorniciavano il volto con un lieve accenno di frangia.

Da lei emanava luce, una luce interiore che rispecchiava il suo animo.

Sono belli i tuoi vestiti, è la luce dentro” Questo avrebbe detto, più di un secolo dopo, uno scrittore ad una sua nipote.

Evidentemente le donne della famiglia avevano ereditato il suo fascino.

Lei era cresciuta in un collegio fiorentino che ospitava le ragazze della nobiltà. Le avevano insegnato, oltre alle nozioni umanistiche e scolastiche in generale, anche a suonare il pianoforte a livello concertistico ed a ricamare piccoli e grandi capolavori.

Alcuni di questi suoi ricami, dopo più di un secolo, ancora adornano in cornice le case dei suoi discendenti.

Era bella, la Signora, di quella bellezza che i poeti chiamano venustà.

Poi l’incontro con Giovanni Battista, giovane di buona famiglia, laureato in giurisprudenza .

Lui amava suonare il violino ed insieme formavano un duo molto affiatato. Alla fine dell’ottocento era facile incontrarsi nei salotti “buoni”, fare conoscenza ed infine convolare a giuste nozze, sotto l’occhio accondiscendente della padrona di casa.

E così fu.

Il loro fu un amore delicato e profondo insieme, un amore pacato e semplice. Nacque subito un figlio, Nestore, e dopo qualche anno, fu la volta di Angelo.

Ma la Signora non stava bene, si sentiva a volte mancare il respiro, come se qualcuno le stringesse la gola. Fu portata da un luminare dell’epoca ed il responso fu “Ha un cuore debole, deve cercare di non fare sforzi, di non avere emozioni e soprattutto deve evitare altre gravidanze.”

I fratelli della Signora, preoccupati per quell’ unica sorella, vollero un consulto con un Professore di Milano, ma il responso fu identico.

Finirono i concerti, perché la Signora non si doveva affaticare. Fu una grande rinuncia per i due coniugi, perché era per loro meraviglioso poter esprimere il meglio del loro animo e del loro amore attraverso le note dei grandi compositori.

Comunque nessuno degli specialisti consultati aveva saputo spiegarle cosa avesse esattamente il suo cuore. Una volta non esistevano i metodi di indagine moderni che possono esaminarti come se un piccolo robot camminasse dentro il tuo corpo annotando tutte le anomalie. Allora si poteva soltanto diagnosticare che un cuore era “debole” .

Poi – erano passati tre anni – i due sposi si accorsero di aspettare un altro figlio.

Erano felici entrambi, ma sapevano il rischio che correvano. Nacque una bimba, bellissima, che chiamarono Flaminia.

La piccola aveva ereditato la bellezza della mamma ed era impossibile passarle accanto senza notarla. I due fratellini più grandi l’amavano di un amore profondo. Sembrava loro un piccolo angelo sceso dal cielo per completare la famiglia.

Ma a volte il destino è veramente crudele. La piccola si ammalò e – aveva neanche due anni – li lasciò. Allora la Signora, straziata dal dolore, sentì che la vita in lei si stava affievolendo e lottò con tutte le sue forze per non lasciare i suoi cari, specialmente gli altri due figli ancora tanto bambini. Ma non le fu consentito.

Questa è una storia triste, soprattutto perché è vera.

So che i fratelli di lei ruppero ogni rapporto con quel cognato che ritenevano responsabile della sua morte per quell’ultima gravidanza, della quale conosceva il rischio. Comunque ebbero sempre cari i suoi due figlioli, loro nipoti, rimasti orfani ancora così piccoli.

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E i suoi figli?

Conservarono nel cuore l’ affetto per lei, e continuarono a vivere, sempre più uniti.

Ma questa è una storia triste, soprattutto perché è vera.

Il fratello maggiore morì ad appena ventitré anni, per una pleurite non curata che degenerò, dopo qualche tempo, in tisi. L’aveva presa quando era sotto le armi durante la Grande Guerra e non era stata diagnosticata. Il ragazzo si sentiva male, debolissimo, ma i superiori – fidandosi del medico del reparto – pensavano che mentisse per evitare i lavori più duri. Durante i turni di guardia, la notte, si sentiva scorrere addosso un sudore ghiacciato e pensava alla mamma, che ancora vedeva nei suoi ricordi di bambino.

Questo nuovo lutto si abbatté sul fratello minore, Angelo, come una mazzata. Tutta la sua famiglia era stata distrutta. Sì, tutta la famiglia, perché il padre, dopo anni di vedovanza, si era risposato ed aveva avuto un altro figlio.

Angelo, divenuto adulto, si rifugiò ancora di più nell’affetto per la sua mamma. Chiese il miracolo di poterla rivedere e di poter passare almeno qualche momento con lei, magari in sogno.

Quando aveva perso la mamma era ancora così bambino che il ricordo del viso di lei si era cancellato e questo lo faceva molto soffrire. Gli mancava il suo volto. Aveva soltanto dei ritratti fotografici dell’epoca, ma non esprimevano la bellezza interiore della sua mamma.

Infine Qualcuno udì la sua richiesta e fu accontentato!

Sognò di essere piccolo, in braccio a lei, che lo teneva come un tesoro. Gli fece visitare tutta la casa dove vivevano all’epoca e gli fece anche ammirare da una finestra del salotto il panorama : una vallata stupenda, con alberi secolari ed un piccolo lago dove al tramonto si abbeveravano gli animali in libertà. Era un luogo di pace.

Il ragazzo raccontò poi al padre come era composta la villa dove vivevano con la mamma, senza dirgli che l’aveva rivista in sogno ed il padre non riusciva a comprendere come potesse ricordare… Gli confermò comunque ogni minimo particolare.

Passarono molti anni, praticamente due generazioni, ed una sera – durante una seduta spiritica – la Signora fu chiamata e venne.

Anche io partecipavo.

Ero commossa pensando a quanto la sua vita fosse stata triste.

Le dissi “ Chissà come hai sofferto per aver dovuto lasciare i tuoi figli, ancora tanto piccoli!” E lei rispose “Puoi immaginare la mia pena!”

Venimmo poi a sapere che, per l’affetto che la legava ai suoi cari, aveva avvicinato anche delle altre anime che seguivano il nostro destino, il destino di noi discendenti.

Perdemmo un ragazzo, tanti anni fa, e avendo saputo che quando moriamo non siamo soli, ma abbiamo chi ci accoglie e ci conforta, le chiesi se potevo sapere chi era andato a riceverlo. Mi rispose “Nonna Amina per te ed io per tuo padre.”

E che vi disse, incontrandovi?” domandai ancora.

Mi rispose : “ Disse : chi siete?”

E’ vero, il ragazzo non le aveva mai conosciute. Non avrebbe potuto dire altro.

L A S T A N Z A Parte Quinta

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Passò del tempo e la stanza rimase vuota ancora una volta. E’ incredibile quanto in fretta passino gli anni, senza che ce ne accorgiamo. Poi, all’improvviso, ce ne rendiamo conto e cerchiamo, se possibile, di riguadagnare il tempo perduto.

Ripresi un vecchio progetto che avevo : ricavare nella stanza uno studiolo per me. Ero piuttosto titubante, perché la trovavo meno calda degli altri ambienti. Io da sempre sono molto freddolosa, specie quando devo stare ferma a leggere o a scrivere.

Ricordo che per i miei primi vent’anni ho abitato a Roma in un palazzo umbertino di Piazza Vittorio Emanuele. Era uno dei palazzi molto belli che circondano la piazza, con stanze enormi dai soffitti altissimi. Penso che in ognuno degli appartamenti al giorno d’oggi se ne ricaverebbero almeno quattro. Purtroppo non c’era riscaldamento e nonostante mettessimo stufe in ogni ambiente non riuscivamo mai a stiepidire l’aria! Quel poco calore che si formava volava in alto verso il soffitto e sotto si gelava.

In tanti anni non mi sono mai abituata al freddo. Eppure, quando seppi che dovevamo andare via da quella casa perché la Società Assicuratrice, proprietaria dell’intero palazzo, voleva rinnovare il contratto con un affitto da sballo, provai un grande dolore.

La mia vita tranquilla subiva un cambiamento radicale. Non riuscivo a vedermi in un ambiente diverso. Mi sentivo persa e proiettata verso l’ignoto, come se mi affacciassi su un baratro. Mi venivano in mente le passeggiate al Colle Oppio, così vicino a casa e il giardino dentro la piazza Vittorio Emanuele, con le sue due fontane dove il cane che avevo quando ero piccola, un barbone nero gigante di nome Black, si tuffava spesso, nelle uscite serali, anche d’inverno quando l’aria era gelida.

Lì erano le mie radici e i miei ricordi.

Fu Monteverde Vecchio ad operare il miracolo, con la nuova casa immersa nel verde. Quando la vidi sentii di aver superato i problemi del cambiamento, del trasloco, del dover scegliere cosa portare, rinunciando a tanti piccoli oggetti per me preziosi.

A proposito di traslochi rammento che, qualche anno prima, uno dei miei zii aveva dovuto cambiare casa ed era stato costretto – per motivi di spazio – ad imporre ai suoi cinque figli, tutti studenti, un massimo di libri da poter portare nella nuova abitazione. La figlia più grande, un “topo di biblioteca” come me, mi aveva allora pregato di nascondere i volumi ai quali teneva particolarmente, cosa che avevo fatto mettendoli sotto al materasso del mio letto. Passato il trasloco, uno per volta li aveva ripresi. Nessuno l’ha mai saputo.

Ma torniamo alla nostra piccolissima stanza nella casa di Serrone.

Ancora una volta mio marito mi venne in aiuto, chiamando un idraulico che cambiò il termosifone con uno più grande e lo mise in un punto strategico, da dove il calore riscaldava tutta la piccola stanza. L’ambiente divenne un nido caldo, adatto a me.

Andai poi da IKEA, dove trovai una piccolissima consolle, ideale per poggiarci il computer. Era in ferro con il ripiano in vetro. Non potevo permettermi, per ragioni di spazio, di acquistare una scrivania.

Delle volte mi capita di vedere le interviste che rilasciano personaggi famosi a vari giornalisti. Gli intervistati siedono davanti a bellissime scrivanie d’epoca , con tanti cassetti che fanno pensare a chissà quali contenuti importanti, e con lo sfondo di librerie dai grandi volumi rilegati in tinta con la tappezzeria… Spesso mi sono chiesta se veramente quei tomi sono stati letti o se sono stati messi in bella mostra per creare un ambiente intellettuale, magari su consiglio dell’arredatore…

Tornando a me, mi ha sempre divertito arredare le mie case e con l’esperienza ho capito che nei locali angusti occorre mettere pochissimi mobili, lo stretto indispensabile, per ottenere un buon risultato.

Comunque misi anche un divanetto a due posti, una seggiola in legno intagliato e l’immancabile treppiede con delle piante.

Tutto il resto dell’arredamento, non volendo mettere altro, era sospeso in alto : ricavai una bella libreria con tavole color noce sulle quali posai, oltre ai libri, una serie di oggetti a me cari, da un bambolotto cinese in porcellana che risale a circa sessant’anni fa, a un piccolo orso simbolo di Berna di “soli” cinquant’anni, ai miei dischi preferiti di De André. Infine completò l’arredamento un piccolissimo televisore, non più largo del palmo di una mano, per sentire ciò che accade nel vasto mondo (anche se a volte sarebbe meglio ignorarlo…) .

Avevo appena terminato di arredare la piccola stanza che mio marito, ammirando il lavoro, mi disse : “Allora? Cosa hai scritto di nuovo? “ Per lui evidentemente basta avere l’ambiente giusto perché i pensieri fluiscano da soli.

Ho sorriso, perché so che è il primo dei miei “fan” , la persona alla quale leggo le sciocchezzuole che scrivo e che sempre mi incoraggia a farlo.

La vecchia “camera dei cani “ si è trasformata in un delizioso studiolo per me e penso proprio che questa sarà la sua destinazione definitiva.

F O T O di C L A S S E

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A Francesca , di tutto il percorso scolastico, erano rimaste solo quelle cinque o sei foto, grandi e leggermente sfocate, ormai antiche. Era bello comunque “rileggerle” , contemplare i visi tondi e imberbi dei compagni di classe all’età delle scuole medie e via via rivederli al ginnasio ed al liceo, per finire con l’ultima foto, quella dell’anno del diploma. Lì i loro volti erano diversi, più consapevoli, più maturi.

Le ragazze, in particolare, erano ormai delle signorine ed avevano voluto fare la foto senza indossare il grembiule d’ordinanza : erano belle, con la freschezza della prima gioventù, i capelli pettinati in modo moderno e le prime calze di seta. Al centro, come sempre, il preside ed i professori delle materie più importanti. Spesso, in questo genere di foto, c’è qualche imbecille che si diverte a fare le corna ai compagni seduti davanti a lui . Solo nell’ultimo anno erano tutti composti ed abbozzavano un sorriso sbiadito, forse perché pieni di timore per il difficile esame che li aspettava.

In proposito, Francesca ricordava il professore di latino e italiano, che sin dai primi giorni di scuola aveva predicato che dovevano stare tranquilli, perché studiando con calma e continuità per tutto l’anno sarebbero arrivati all’esame finale senza problemi. Quello stesso professore che nell’ultimo mese – vedendoli “troppo” tranquilli – cercava di spronarli dicendo loro : “ Ma lo volete capire che dovrete affrontare esami veramente difficili ? Ricordatevi che nessuno vi regala niente!“

Nella loro classe, come in tutte le classi, pur essendo la media degli alunni molto buona dal punto di vista scolastico, c’erano dei veri “fuori classe” per quanto riguarda le versioni dal latino e dal greco. Una ragazza in particolare eccelleva in queste prove, ma – purtroppo per i compagni – prima degli esami aveva detto : “Io sarò un muro !” facendo cadere così le speranze di tutti. In proposito Francesca ricordava che il professore delle materie letterarie , al quale certamente era stata riportata questa frase, aveva detto in classe: “ Durante le prove tutti devono aiutare tutti, ovviamente nei limiti del possibile.” A questo punto la secchiona, che aveva una vera adorazione ( anzi, una cotta segreta) per questo professore, aveva rivisto le sue posizioni. Poi nessuno era stato aiutato, perché la sorveglianza degli insegnanti esterni, venuti da altre scuole, era ferrea, ma la notizia aveva comunque tranquillizzato i più preoccupati.

Negli anni, le foto di classe avevano sempre accompagnato Francesca, sopravvivendo a ben tre traslochi durante i quali molti ricordi erano stati decimati senza pietà per fare spazio. Ma le foto di classe no, non erano state mai scartate. Durante i traslochi la ragazza diceva ogni volta “E’ come passare una malattia!”, guardando sconsolata gli scatoloni da riempire, ma un posticino per le foto l’aveva sempre trovato.

A volte Francesca ricordava le coppie che si erano formate, come sempre accade, nell’ultimo anno del liceo. Chissà che fine avevano fatto quegli amori scolastici… Anche Francesca aveva avuto il suo corteggiatore, un ragazzo timido che era un genio in matematica e fisica e che le aveva fatto una corte molto discreta. Non si erano mai visti fuori, non le aveva mai chiesto un appuntamento. Si limitava a guardarla ed a perdersi nei suoi occhi. Alcune compagne di classe, sfruttando questa amicizia particolare, l’avevano pregata di chiedere al genio di dare a tutte loro, ovviamente gratis, qualche lezione prima degli esami ed egli aveva accettato subito, senz’altro per avere una scusa per vederla più spesso. Accadeva che – magari durante una lezione – all’improvviso il genio si rivolgesse a lei dicendo: “Che occhi belli hai!” Al che le altre : “Sì, va bene, ha gli occhi belli, ma adesso finisci di spiegarci questa funzione di trigonometria!”

A suo tempo il padre di Francesca aveva scelto per la figlia un Liceo statale noto per la serietà e la bravura dei professori. “Se prendi un sei , è come se prendessi otto in un’altra scuola.” le aveva detto. Purtroppo era molto distante dalla loro abitazione e la ragazza doveva attraversare mezza Roma per arrivarci. Era giovane e non le pesava tanto, ma questo le aveva creato una forma di isolamento. Infatti i compagni si frequentavano anche dopo l’orario delle lezioni e, negli anni, seppe che alcuni si vedevano anche la domenica mattina perché andavano a sentire la messa in una Chiesa vicina all’Istituto.

Inoltre, il Liceo che Francesca aveva frequentato era un Istituto dove affluivano i rampolli della “Roma bene”. Nella sua classe infatti c’erano il figlio di una deputata, di un conte, di un famoso avvocato, di un direttore di una grande industria e così via. A volte, quando uscivano prima dell’orario consueto per svariati motivi, la classe si radunava nella casa di una di loro che abitava nei pressi, in un piccolo super attico vicino a Villa Borghese. Sotto c’era l’appartamento dei genitori e sopra quello della ragazza. Sul terrazzo era stata costruita anche una piccola piscina che però non si poteva riempire troppo per motivi di staticità. Nelle riunioni improvvisate tutti davano un piccolo contributo e qualche volontario andava a comprare le bibite. Nel primo pomeriggio poi la radio trasmetteva tutti giorni “Ballate con noi” ed era bellissimo sentire le canzoni italiane più famose alternate ai primi dischi americani ormai conosciuti anche in Italia. Una volta la ragazza vide, posato su una scrivania, un anello a sigillo da uomo con inciso uno stemma: una corona con tre palle. Chiese allora alla sua compagna di classe, padrona di casa, quale grado di nobiltà indicasse e quella imbarazzata rispose “Un conte”. Allora Francesca ricordò che ad una festa a casa di amici aveva notato un ragazzo con un anello a sigillo da mignolo – come andavano di moda allora – sul quale era incisa una corona con undici o dodici palle. L’aveva raccontato poi alla nonna che l’aveva informata che più sono le palle e più è basso il grado di nobiltà.

Certo i genitori di Francesca non avevano le stesse possibilità economiche dei genitori della maggior parte dei suoi compagni, ma la ragazza non se ne fece mai un problema, né provò mai invidia. Solo una volta provò una stretta allo stomaco (che potrebbe classificarsi invidia) quando una compagna di scuola raccontò che durante le vacanze aveva potuto ammirare da vicino le metope del Partenone al British Museum di Londra. Francesca adorava studiare storia dell’arte ed avrebbe voluto avere i mezzi per viaggiare e poter vedere i capolavori che doveva accontentarsi di contemplare solo in fotografia nei libri scolastici. Dobbiamo pensare che all’epoca non esistevano i computer che attualmente ci permettono di andare in tutto il mondo stando a casa nostra.

Un altro ricordo degli anni del liceo riguardava il cibo surgelato. Era stata invitata a pranzo da una compagna, Claudia, che abitava in un antico palazzo dalle parti di Piazza Barberini. La famiglia viveva in uno di quegli appartamenti che per almeno vent’anni dalla fine della guerra furono dichiarati a “fitto bloccato” . Non c’era ascensore e per arrivare alla casa bisognava fare tante scale quante, immagino, ne servano per raggiungere la nuvola più vicina. I gradini, poi, man mano che dai “piani nobili” si saliva verso i  locali una volta utilizzati per la servitù, diventavano sempre più alti. Quella famiglia era veramente in ristrettezze economiche, dato che lavorava solo il padre e doveva mantenere moglie e quattro figlie femmine, tutte in età scolastica. Ebbene, una volta che era andata a studiare in quella casa, una casa povera ma dignitosa, era stata invitata a fermarsi a pranzo con loro. Francesca avrebbe voluto rifiutare per non togliere il cibo a quelle sei bocche, ma temeva di offendere chi l’aveva invitata con il cuore. Gironzolando in cucina aveva visto nell’acquaio dei filetti di pesce posti a scongelare. All’epoca si cominciava a sentir parlare di cibo surgelato, che all’inizio costava pochissimo, ma alcuni dicevano che faceva male. Come tutte le novità, ci vuole un po’ di tempo perché vengano accettate. Vi immaginate al giorno d’oggi un mondo senza surgelati? Comunque la mamma cucinò quei filetti di pesce fritti dorati ed erano buonissimi.

A proposito, la mamma di Claudia cercava di creare una fonte di risparmio per la famiglia acquistando a rate delle pubblicazioni numerate e firmate. Tutti i mesi passava da lei un venditore di libri d’arte favolosi, libri che raramente si potevano vedere anche nelle migliori librerie, e li vendeva a rate mensili piccole piccole. La donna faceva grandi sacrifici per far uscire dal magro mensile del marito quei pochi soldi ogni mese perché pensava che, in caso di bisogno, avrebbe avuto così un salvadanaio a disposizione. Non so se , nel tempo, avrà mai dovuto realizzare il suo piccolo tesoro e soprattutto se avrà trovato compratori interessati. Non è facile incontrare persone amanti dell’arte, con molti soldi a disposizione e che paghino il giusto, senza voler approfittare dello stato di bisogno di chi è costretto a vendere. Nel frattempo, ogni tanto questi grandi volumi venivano tolti dalle loro custodie per far loro prendere aria e sfogliati con molta attenzione per non sciuparli.

Passarono gli anni. Il liceo finì e la classe si sparpagliò nella vita.

Nel tempo, Francesca venne a sapere che anni prima una delle compagne più facoltose era rimasta orfana di padre, subendo così un tracollo economico. “Pensa che ha dovuto mettersi a dare lezioni per guadagnare qualche cosa!!” le disse il suo informatore. La ragazza ci rimase male: se ne fosse stata informata, avrebbe potuto darle una mano trovandole qualche lavoretto. Infatti nei primi anni di Università aveva lavorato come baby sitter in varie case ed era stata anche chiamata per accompagnare per un mese due bambini al mare.

Comunque Francesca aveva perso i contatti con tutti e non sapeva più nulla di loro.

Passarono circa venti anni.

All’improvviso venne cercata telefonicamente da un compagno di classe che le disse che volevano creare una associazione che comprendesse sia gli ex-alunni che gli studenti. L’idea le piacque moltissimo ed andò alle riunioni preliminari. Rivide così alcuni dei compagni di un tempo e ricevette molti complimenti per come si “conservava” bene. Fu contenta di rivedere in particolare due gemelli , un maschio ed una femmina: lui aveva frequentato la stessa classe al liceo, mentre lei era diventata amica di tutti pur seguendo altri studi. Dove era l’uno era anche l’altra, sempre sorridenti e gentili con tutti.

E venne il giorno più importante, il giorno della votazione del consiglio di direzione della associazione. Entrò nell’Istituto e salì la grande scalinata che portava al piano superiore, quello del liceo. Arrivò sul ballatoio e vide un compagno di tanti anni prima che camminava avanti e indietro , come aspettando qualcuno. Lo salutò e dalla espressione dell’altro capì che non si ricordava affatto di lei. “Carissima – le disse senza sbilanciarsi troppo con i nomi – che piacere rivederti!” Intanto teneva d’occhio la scala per vedere se arrivasse colei che attendeva. Allora ricordò che quell’uomo, da ragazzo, si era perdutamente innamorato della contessina. Chissà come era andata a finire…. Lui era di una ricca famiglia plebea che possedeva il primo supermercato aperto a Roma da tempo immemorabile, il primo grande magazzino dove veniva venduto un po’ di tutto e dove Francesca era andata molte volte, perché trovava sempre quello che cercava a prezzi bassissimi. Era bello girare per i vari reparti ed ammirare tante cose, anche quelle che non aveva visto mai. Sembrava di essere entrati nel Paese dei Balocchi. Questo negozio esiste tuttora, e ci vanno specialmente gli immigrati perché trovano tutto a pochi soldi. Per molti anni lei non aveva saputo che la famiglia del compagno di scuola fosse la proprietaria di quel posto incantato.

Arrivata nell’Aula Magna, aveva trovato altri compagni, tra cui Claudia. Notò che le domande che tutti si facevano scambievolmente erano due e precisamente:”Quanti figli hai? Dove lavori?”

Dopo la votazione uscì con Claudia. Andarono in un caffè e cominciarono a parlare come se il tempo non fosse passato. Ricordarono quando si incontravano per studiare nel parco di Villa Sciarra . Lì, tra pini secolari e canti d’uccelli, preparavano gli esami universitari. Era bello, con la merenda portata da casa e l’appetito che veniva a una certa ora.

L’amica le confidò che aveva una figlia di quattordici anni e che tirarla su era difficile. Le ragazze moderne non sono ubbidienti come erano state loro alla stessa età ed era veramente un impegno. Francesca non le chiese se era o meno sposata, se aveva qualcuno accanto che la potesse aiutare. Dato che l’altra non le aveva detto niente sul padre della giovane, le sembrò indelicato chiedere. Passarono un’ora insieme, ricordando anche episodi del passato scolastico e sentendosi ritornare ragazze. Era bello essersi incontrate di nuovo.

Al momento del commiato, Francesca disse “Rivediamoci, qualche volta…” Ma l’altra fu veloce a rispondere : ” Non ho tempo, non sarebbe possibile.” Francesca sentì quasi un dolore fisico in mezzo allo stomaco. Si sentì apertamente, definitivamente rifiutata. Casa, casa… ora desiderava solo raggiungere la sua casa, con i suoi ricordi sicuri, l’ abbraccio delle pareti.

Appena giunta, aprì il cassetto dove erano riposte le foto scolastiche. Le prese e, senza guardarle un’ultima volta, le strappò a pezzetti. Vide che era rimasto un volto intero, il volto tondo del gemello e si affrettò romperlo.

LA STANZA Parte Quarta

convivialità

 

Dopo qualche anno, riuscimmo a comprare la casa che era subito sopra la nostra. Le unimmo (con il valido aiuto di mia sorella, architetto) e ne venne fuori una casa grande, piena di terrazzi, scale e scalette interne ed esterne molto suggestive, anche se un po’ faticose. Devo confessare che attualmente è positivo avere tutte queste scale, in quanto siamo obbligati a fare ginnastica continuamente…

Ormai non avevamo più bisogno del piccolo locale al primo piano, avendo ricavato una sala da pranzo più comoda ed un salotto “vero” al piano superiore.

La stanza ancora per qualche tempo rimase inutilizzata.

Si pose poi il problema di trovare un posto dove mettere i cani quando veniva da Roma a trovarci la carovana degli amici.

All’epoca, se venivano tutti, eravamo circa quaranta persone. Alcuni di loro avevano dei cani e pertanto il problema non si poneva. Altri invece nutrivano delle vere e proprie fobie nei confronti dei pelosi, fobie che riguardavano solo in minima parte la paura dei cani. Più che altro li temevano dal punto di vista igienico: si sa che i figli pelosi fanno le feste saltandoti addosso e riempiendoti di peli, che basta fare loro un complimento per comprarseli, che guardano con occhi imploranti ed affamati chi sta addentando una tartina per conquistarne un pezzettino, non importa cosa tu stia mangiando, qualsiasi cosa sia.

A questo punto dovevamo assolutamente trovare un posto dove poterli chiudere per qualche ora durante i nostri meeting. Nella stagione calda avremmo potuto lasciarli fuori, su uno dei terrazzi coperti, ma durante l’inverno non potevamo farli stare al gelo.

Ancora una volta la nostra piccola stanza ci venne in aiuto.

Chi ha letto la storia di Isotta , detta Totta, raccontata nei miei “Piccoli Amici”, ricorderà che si trattava di un cane che soffriva di sindrome da abbandono. Quando uscivamo o quando dovevamo allontanarci da lei anche per un breve periodo, si disperava talmente che rompeva tutto quello che poteva rompere.

In quel periodo era arrivata da noi anche Chicca, la nostra cagnolina bianca, calma e dolcissima, ma la sua vicinanza non bastava a consolare Totta della nostra assenza.

Prima di far loro usare la piccola stanza, fummo obbligati ad ordinare ad un fabbro un cancelletto per chiuderla, in quanto la porta in legno sarebbe stata distrutta in un attimo, ed anche delle grate interne per salvare la finestra. Dovemmo inoltre alzare tutte le tavole che componevano due piccole librerie a muro, in quanto Totta facendo dei salti riusciva ad afferrare i libri, riducendoli in brandelli. Ovviamente non nutriva preferenze di autore o di contenuto: i libri per lei erano solo del materiale da distruggere.

Alla fine, due belle cucce comode completarono il nuovo arredamento e la nostra stanzetta diventò “la camera dei cani”.

Una volta chiuse laggiù, potevamo stare tranquilli che nessuno avrebbe disturbato i nostri pranzi. Poi, per non sentirle abbaiare, tutte le volte che serviva compravamo il loro silenzio con un grande osso di bue, che specie Totta si divertiva a sgranocchiare con impegno.

E che festa quando tutti gli invitati erano andati via, poter correre a liberarle! Ci saltavano addosso come se non ci avessero visto da giorni!

Devo dire che non ci portavano rancore per essere rimaste chiuse qualche ora, come se capissero che era indispensabile farlo.

Col tempo le pelose divennero tre, perché la famiglia si allargò anche a Liebe, la mini cagnolina che mi venne regalata. Liebe era quella che protestava di più quando capiva che le portavamo giù per chiuderle. Comunque almeno così stavano al calduccio su delle belle e morbide cucce.

Passarono gli anni e, nel tempo, la nostra bella comitiva si fece sempre più esigua. Avevamo più o meno la stessa età e adesso siamo quasi tutti intorno agli 80 anni. Alcuni non ci sono più e ripenso con tanto rimpianto a chi ci ha lasciato. Tra tutti in particolare Isolina e Marco. La loro era stata una romantica storia d’amore, una storia che si era accesa sotto il sole di Napoli, tra la bella e giovane Isolina ed il bellissimo ufficiale di marina Marco. Invecchiando, li vedevo come due persone fuori dal tempo, due persone unite come non mai. Fu lui il primo a lasciarci e la moglie visse ancora pochissimi anni, consumandosi e rimpiangendolo sempre.

Nel corso della nostra vita abbiamo visto amici dover affrontare, oltre ai problemi di tutti gli anziani, anche i problemi dei figli. Siamo stati testimoni della loro sofferenza per l’egoismo della propria famiglia, in un periodo della vita in cui avrebbero avuto ancora più bisogno dell’affetto dei propri cari. Quello che ho visto, mi ha fatto ringraziare Dio per il destino che ho avuto finora.

Ricordo che una cara amica, anche lei rimasta senza il proprio compagno di vita, mi confidò : ” E sai allora che mi ha detto mio figlio “Tu morirai sola!” Così mi ha gridato, perché voleva che gli intestassi subito parte della casa!” E piangeva e le lacrime scendevano dai suoi occhi seguendo il tracciato delle rughe sulle guance. Soffrivo per lei e per sentire meno dolore cercavo di tenere occupata la mia mente con le evoluzioni disegnate sul suo volto dalle lacrime.

Dopo qualche tempo, anche questa amica morì per una malattia, una malattia che trovò il suo corpo senza difese. Il male fece presto con lei, perché ‘non voleva’ difendersi.

In chiesa, per l’ultimo saluto, il figlio pianse e pronunciò delle parole toccanti di commiato.

Certamente non sapeva che gli amici più cari sapevano.

Spero che anche lui provi un giorno gli stessi dolori. “La vita è una ruota” dice un proverbio che tutti conoscono…

Per fortuna non tutti sono così: qualche rara eccezione esiste ed allora è consolante vedere i figli, a loro volta ormai grandi, prendersi cura dei propri genitori. I ruoli, ad una certa età, si invertono. Una cosa che ho notato, è che gli anziani si sentono in colpa quando vedono i propri figli stanchi dovendosi dividere tra il lavoro, le incombenze della vita e l’assistenza ai propri genitori.

I vecchi quasi chiedono scusa di essere ancora vivi.

Ma torniamo alla nostra stanza.

Per qualche anno rimase “la camera dei cani” e la adoperavamo anche quando veniva il veterinario a casa per visitare Totta, ormai anziana e gravemente malata. In tali occasioni ci portavamo un tavolo da giardino in modo che il medico la potesse visitare più comodamente.

Fu lì che ebbi la triste notizia che la nostra Totta era di nuovo assalita dal tumore, anzi che dalla ecografia era risultato che era tutta un tumore, e che le restavano al massimo un mese o due di vita.

La nostra stanza, la nostra piccola stanza, mi sembrò all’improvviso buia e fredda.

C O S I’ C O S I’

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Ero molto, molto emozionata. Percorrevo le stanze interne del Vaticano insieme ai miei genitori, intimorita da quegli arredi lussuosi e dagli stucchi dorati. Non ho molti ricordi di quella giornata, perché ero veramente piccola : potevo avere intorno ai cinque anni.

Mi raccomando, non ridere se vedrai dei soldati vestiti con pantaloni a strisce colorate: sono le guardie svizzere e quella è la loro divisa!” In effetti non avevo mai visto nulla di simile, ma quel giorno non le incontrammo, né con la divisa “da lavoro”, né con la divisa di gala.

Mio padre aveva avuto il permesso di poter vedere, sia pure di sfuggita, il Santo Padre dopo una udienza, aspettandolo nel corridoio. Ci avevano detto che il Papa, all’epoca Pio XII, avrebbe impartito la benedizione passando davanti a noi. Non avremmo dovuto parlargli, solo inginocchiarci al suo passaggio. Tutto ciò perché il parroco della nostra Chiesa di Roma voleva dimostrare la sua riconoscenza a mio padre per tutto il bene che faceva da anni ai poveri assistiti dalla parrocchia, visitandoli, curandoli gratis e procurando loro le medicine necessarie.

Ricordo che eravamo arrivati trafelati perché avevamo attraversato di corsa Piazza San Pietro per la paura di arrivare tardi ed un prelato dall’aria importante ci aveva fatto strada all’interno del palazzo.

C’era anche un’altra famiglia che aspettava il passaggio del Santo Padre e stavamo tutti in silenzio, un poco intimoriti.

Ed ecco, una porta si aprì ed apparve Pio XII.

Anche se piccola, l’avevo visto in fotografia sui giornali e lo riconobbi subito. Era alto e magro, vestito di bianco ed avanzava benedicendo.

Quello che non potevo aspettarmi, e con me tutti presenti, fu che arrivato alla mia altezza si fermasse.

Invece si chinò su di me, mi mise una mano in testa e mi domandò “Sei buona?”

Ricordo quella scena come se fosse ora. Il mio primo impulso fu di rispondere “Sì!” Poi in un lampo pensai che erano presenti i miei genitori, che spesso mi sgridavano perché ero una bimba troppo vivace e inoltre dicevo le bugie (ho avuto sempre una gran fantasia!). Allora non potei far altro che rispondere: “Così così” Ebbene, sentendo una bambina così piccola fare autocritica, il Papa sorrise, mentre i miei dicevano in coro “Ma certo che è buona, è una brava bimba!”

Mi meravigliai moltissimo : non avrei mai creduto che pensassero questo di me…

Il Santo Padre proseguì il suo cammino, ma rimase un lieve sorriso sul suo ascetico volto.

LA STANZA Parte terza

Scan GROTTA UNO 

La stanza rimase chiusa e muta. Era come se il dolore per la perdita delle nostre mamme ci impedisse di utilizzarla diversamente. Sembrava quasi che il lasciarla come era le trattenesse ancora un po’ con noi.

A chi venne poi in mente di utilizzarla come stanza da pranzo? Erano trascorsi due anni.

Ci mettemmo un tavolo non tanto grande, date le dimensioni, un tavolo che poteva ospitare sei persone comode o otto un po’ strette. Contro il muro, una panca di legno e nei lati liberi delle panchette più piccole e delle sedie. Non c’era posto per altro.

Vennero amici a trovarci, da Roma. Non erano mai stati a Serrone e ricordo che una Signora romana mi disse: “Ma che posto incantevole! Adesso capisco perché hai sempre un’aria così felice!”

Io veramente non mi ero mai accorta di avere “un’aria felice”, ma evidentemente l’espressione del viso rispecchia la nostra anima, i nostri sentimenti. Una volta avevo letto che – dopo i trent’anni – ognuno è responsabile della faccia che ha.

E’ vero, questo posto mi ha donato serenità.

Tuttora, quando devo recarmi a Roma per qualche commissione o per Uffici, non vedo l’ora di tornare quassù. Mi sembra impossibile aver vissuto per quasi sessant’anni in una città così enorme, una città diventata nel tempo così poco a misura d’uomo. E’ chiaro che i rapporti interpersonali in una grande città sono per forza di cose diversi da quelli che possono instaurarsi vivendo in un piccolo centro, ma ormai la mia Roma, la mia bella Roma, non esiste più. A cominciare dal traffico, così caotico. Nelle vie intasate, se guardo dentro alle auto ferme accanto alla mia, vedo persone insofferenti, dallo sguardo teso volto a cercare un pertugio per intrufolarsi tra una macchina e l’altra. Vedo una umanità preoccupata, incattivita, arida.

Dove sono i tramonti al Gianicolo, con i tetti rossi per l’ultimo sole, mentre le mamme fanno ritorno a casa con i bimbi in carrozzina, dopo averli portati a respirare nel parco? Ora l’aria è inquinata ovunque ed i piccoli, sui passeggini, sono all’altezza giusta per inalare quanto viene espulso dai tubi di scappamento.

Povera Roma mia, quanto ti amo e quanta pena sento nel cuore! A volte penso con tristezza alla gioventù di adesso, la gioventù che non ha potuto conoscere la città che abbiamo avuto la fortuna di vivere noi, noi anziani.

Quando eravamo giovinetti, nei parchi giravano per controllo i carabinieri a cavallo. Percorrevano i lunghi viali alberati, pronti ad intervenire per qualsiasi problema, e come scappavano i ragazzotti alla loro vista! “Quando li vedevamo, ce la facevamo sotto!… Anche se non stavamo facendo niente di male, ci veniva l’impulso di fuggire nella direzione opposta! ” mi ha detto un mio coetaneo ricordando quei tempi…

Comunque Roma rimane una città di grande bellezza, dove ogni angolo parla un linguaggio d’arte diverso.

E’ bello anche andare nei Musei, dove l’aria è più respirabile perché sofisticate apparecchiature la filtrano e regolano l’umidità, a beneficio di marmi e dipinti (ed anche dei nostri polmoni…)

Ma torniamo alla nostra piccola stanza, nella nostra piccola casa.

Tra gli avvenimenti che la videro protagonista, non posso non menzionare la visita di un gruppo speleologico romano che venne una domenica mattina per ispezionare una grotta posta nelle vicinanze di Serrone. A questo gruppo, sempre alla ricerca di nuovi posti da scoprire, giungemmo grazie alle conoscenze di un collega d’ufficio di mio marito.

Scan GROTTA DUE

Tutto era cominciato andando a mangiare una pizza a Serrone. Il gestore del locale sapeva che il proprietario di un terreno posto a valle aveva chiuso con grosse pietre una specie di pozzo naturale, dal quale veniva aria fresca. Questo particolare lasciava presumere che ci potesse essere una grotta, magari ampia e bella come le grotte di Frasassi!… Sognavamo ad occhi aperti.

Vennero presi contatti con il proprietario, un Signore anziano che si disse disponibile a far entrare gli speleologi, purché pensassero loro a togliere le pietre e rimettessero poi tutto a posto.

Purtroppo durante la settimana precedente all’appuntamento piovve spesso ed il gruppo che si presentò (circa 15 persone) trovò molto fango. Ciò nonostante, gli speleologi cominciarono subito a togliere le pietre che il proprietario aveva messo per timore che qualcuno cadesse dentro al pozzo e si calarono per una decina di metri all’interno. Facevano parte della spedizione anche due ragazze, molto magre e piene di entusiasmo, che andarono per prime e riferirono che sotto, dopo una strettoia, si arrivava ad una bella grotta, con stalattiti e stalagmiti. Scesero pure i maschietti, meno uno che era arrivato dopo gli altri ed era più corpulento, ma comunque faceva parte del pronto soccorso che deve sempre essere operativo, specie quando si ispezionano posti non conosciuti.

Io nel frattempo ero tornata a casa a cucinare per tutta la truppa : polenta con salsicce, preceduta da antipasto misto con salumi locali casarecci. Ricordo che i ragazzi mangiarono alle tre del pomeriggio, perché rimasero fino all’ultimo ad ispezionare la grotta, nella quale dissero che si sentiva un soffio d’aria : questo indicava un altro passaggio od anche un’altra grotta, chissà. Comunque, dato il fango dappertutto, non poterono andare oltre, ma scattarono delle fotografie molto suggestive.

Arrivarono poi a casa affamati e, su una panca da quattro o cinque persone, si stiparono in undici!

Fu una giornata splendida. Era bello vedere questi giovani dedicare la loro domenica ad uno sport sano, senza mire di guadagno, fatto solo per passione. Dopo aver calmato i morsi della fame, restarono a lungo a parlare dello spettacolo visto quella mattina nelle viscere della terra. Erano tutti entusiasti e si interrogavano sulla età della grotta appena visitata, calcolandone gli anni in base alle stalattiti e stalagmiti formatesi nel tempo. “Una era quasi trasparente! L’ho potuta vedere accendendole dietro la luce della torcia.”

Trattandosi di una grotta ispezionata per la prima volta e quindi non censita, dissero che l’avrebbero descritta sul loro giornalino, dandole un nome, come si usa in questi casi. Proposero di chiamarla come mio marito, trattandosi della persona che aveva organizzato l’evento, ma Giuseppe, molto cavallerescamente, disse loro di darle il mio nome. La proposta trovò tutti d’accordo, forse anche perché la polenta con salsicce mi era venuta proprio bene. “Sì, diamole il nome della Signora, che ha cucinato per noi!”

Ci sono donne alle quali il loro spasimante ha donato favolosi gioielli, altre che hanno avuto in dono persino di dare il loro nome ad un asteroide. Io so che una piccola grotta nei pre-Appennini porta il mio nome e questo mi riempie di gioia. Nessuno mi aveva mai fatto un regalo così bello.

Molti anni sono passati. Mi è rimasto comunque un ricordo indelebile di quella giornata. Da tempo l’anziano proprietario non c’è più. Chissà se è mai tornato a visitare quei luoghi?

E la nostra piccola stanza? Resse bene tutta quella gente, anche perché i ragazzi erano abituati ad accamparsi in luoghi impervi e scomodi…

LA STANZA Parte seconda

Passò del tempo.

Rimase un solo genitore, la mia mamma, e la stanza venne abitata spesso, nei fine settimana, da lei.

Il venerdì sera passavamo a prendere lei e la sua gatta Sibilla e le portavamo con noi a Serrone.

Ricordo che ogni volta, entrando nel Villaggio, mamma esclamava :” Ma quanto verde, quante belle piante, è un miracolo, un posto incantato!”

In realtà non era niente di particolare, ma di notte, illuminato dai fari della macchina e dalla luna nel cielo, pareva un luogo magico.

Nel buio, il verde delle foglie assumeva un colore diverso per ogni pianta, dal grigio, all’argento, al blu scuro. La vallata era piena di piccole luci che si confondevano all’orizzonte con le stelle più lontane e la terra sembrava congiungersi al cielo: per noi che venivamo dalla città, ogni volta era veramente un grande spettacolo.

Mi piaceva “viziarla” un po’, la mia mamma, anche cucinandole i cibi che più gradiva per farle sentire tutto il mio affetto. Comunque, tra le vivande da lei preferite, negli ultimi tempi un posto d’onore era riservato al prosciutto. Sì, al prosciutto perché la religione della sua badante somala lo escludeva categoricamente dalla loro mensa, insieme al vino, alla carne di maiale, alla carne di manzo non macellata secondo i riti islamici ed a molti altri cibi. Quella badante era una “perla” per quanto riguardava tutte le sue incombenze, una persona di una onestà senza pari, ma la differenza della religione a volte pesava.

Pertanto, una volta a Serrone, cercavo di cucinarle piattini appetitosi. La sera poi la portavamo spesso in un vicino ristorante dove facevano delle pizze buonissime. Ricordo che mamma la prendeva spesso ai funghi porcini e mangiava tutto il centro con più condimento, tanto che il gestore, avendolo notato, la viziava portandole a parte un piattino con altri funghi.

Noi all’epoca ancora lavoravamo, ma comunque mi ero ripromessa, una volta in pensione, di fare tre cose:

un po’ di volontariato, che con gli orari dell’ufficio non avevo potuto mai svolgere in modo attivo;

un corso di ballo, perché ero rimasta al “ballo della mattonella”;

un seminario di cucina, fatto sul serio, da un vero chef.

Dei miei tre desideri, nel tempo ne ho potuti realizzare solo due: il volontariato, che ho svolto per anni con molta gratificazione ed il corso di cucina, che ho seguito con profitto e con tanto di attestato di frequenza.

Per l’altro, il ballo, niente da fare: avevamo saputo che presso un ristorante locale – che aveva a disposizione ampie sale – davano lezioni di ballo e andammo ad informarci. Ma la stagione della scuola di danza, essendo giugno, volgeva al termine ed il gestore del ristorante molto onestamente ci disse di tornare a settembre, all’inizio dei nuovi corsi.

Questo lasso di tempo consentì a mio marito di ripensarci e di addurre vari dolori a piedi e caviglie che non gli avrebbero certo permesso di volteggiare come un ballerino. Ovviamente io sarei potuta andare da sola, ma altrettanto ovviamente non mi andava. Quindi, non avendo a disposizione il Genio della lampada, il mio secondo desiderio rimase irrealizzato!

Per quanto riguarda invece il corso di cucina, ancora metto in pratica gli insegnamenti dello chef romano che ogni settimana si spostava a Serrone per insegnarci le ricette ciociare. Era un po’ stancante, perché le lezioni duravano circa cinque ore, ma era anche divertente, in quanto la sera arrivavano i mariti e mangiavamo insieme le varie vivande da noi preparate.

Ho sempre considerato il cucinare un modo per dimostrare alle persone a me care tutto l’affetto che sento per loro.

Adesso, anche se a volte sono stanca perché l’età comincia a farsi sentire, entro sempre in cucina con amore. Mi piace veder mangiare con gusto quello che preparo. Mi piace anche quando mio marito mi dice speranzoso: ”Che c’è di buono oggi?” allungando il collo per sbirciare sui fornelli.

Ma torniamo alla mia mamma. Quando cominciò a venire regolarmente con noi a Serrone era reduce da un grande dolore: la perdita di mio padre. Non posso neanche immaginare lo smarrimento che si debba provare a rimanere soli in tarda età dopo una vita passata insieme. Il loro matrimonio era durato cinquantotto anni! Se poi aggiungiamo gli otto anni di fidanzamento…. Si erano conosciuti giovanissimi, sedici anni lei e diciannove lui. Mio padre si era appena iscritto al primo anno di medicina. Dopo la laurea dovette fare il servizio militare e infine trovare un lavoro. Ed il tempo passava. Appena possibile si sposarono.

Quello che mi piaceva nel loro rapporto era la freschezza del loro amore nel tempo. Erano già ottantenni, eppure mamma era ancora gelosa di lui! Bastava un complimento fatto a papà da una qualsiasi Signora attempata, che mamma “drizzava le antenne” e faceva in modo di evitare futuri incontri!

Quando mio padre ci lasciò, lo portammo a Serrone, dove anni prima avevamo acquistato una piccola cappella. All’epoca, a Roma era diventato quasi impossibile tumulare i propri cari. Avevo un mio carissimo zio che dopo tre anni era ancora in deposito, in uno squallido camerone dove entrava la pioggia. Spero che attualmente le cose siano cambiate.

In verità mio padre avrebbe potuto essere portato ad Asola, nel mantovano, dove era nato, in quanto un suo zio – come venimmo a sapere anni più tardi – aveva lasciato per testamento alla sua sorella (la mamma di papà) ed a “tutti i suoi discendenti” il diritto di essere tumulati in una bellissima tomba di famiglia nel Cimitero di quella città. Infatti la mia nonna paterna e due dei suoi figli sono lì. Ma la mia mamma? “…tutti i suoi discendenti…” Non le mogli, quindi. Pertanto mamma e papà avrebbero dovuto dividersi, quando uno di loro due fosse deceduto.

Forse in una vita futura non ci importerà poi molto dove i nostri corpi saranno portati, essendo ormai puri spiriti e vedendo le cose certamente in maniera diversa.. Però, finché si vive, si ragiona con i nostri pensieri terreni.

A proposito della tomba di famiglia in Asola, anni prima capitò un fatto strano.

Era deceduto ancora abbastanza giovane il fratellastro di mio padre, figlio del nostro nonno paterno e della sua seconda moglie e, mentre ci preparavamo a partire per assistere ai suoi funerali, a mio padre arrivò una telefonata.

La moglie ed i figli chiedevano a papà se era possibile tumularlo nella tomba di famiglia di Asola. Ovviamente mio padre dette il permesso, senza neanche pensarci. Ma al momento di far entrare la cassa con il suo triste carico in uno dei loculi posti sotto la tomba, non ci fu niente da fare: la cassa non passava. Ricordo che gli incaricati della ditta misurarono più volte la cassa e l’entrata del loculo: doveva passarci, anche se per pochi centimetri ! Ma niente! Gli operai spingevano con tutte le loro forze, rossi e sudati per lo sforzo, ma senza nessun risultato. Dopo una mezz’ora di vani tentativi, la famiglia dovette arrendersi e trovare seduta stante un’altra sistemazione. “E’ come se dall’interno qualcuno spingesse in fuori .” Disse uno degli operai.

La mattina seguente mio padre si recò ai Servizi Cimiteriali del Comune per prendere visione del testamento di suo zio, a suo tempo ivi depositato. Solo allora venne a sapere che lui ed i suoi figli avrebbero potuto dimorare in eterno nella famosa tomba di famiglia, ma non altri, in particolare il suo fratellastro.

Cosa avrebbero detto i discendenti viventi dello zio vedendo un estraneo tumulato insieme ai loro cari?

Resta comunque inspiegabile come mai la cassa non entrò: sembrava veramente che dall’altra parte spingessero per non farla passare…

Molti anni prima, durante una seduta spiritica, avevamo saputo che i nostri cari ci mandavano a volte alcuni “segnali” : un passerotto che cinguettava vicinissimo a noi mostrando di non avere alcuna paura oppure l’impressione di una piccola ombra che ci seguiva e che svaniva non appena ci voltavamo a guardare ovvero una sensazione di “altro”. Mamma aveva sempre pensato che fossero “segni” e la conferma avuta durante la seduta spiritica le ispirò una delle sue poesie più belle in vernacolo, che di seguito trascrivo per voi:

“Presenze

Senti un fiato leggero… Giri l’occhio :

la porta è chiusa. Riordini er commò…

Perché te viè da mettete in ginocchio ?

Sei sola, ner silenzio… Sai, però,

che quarcuno ha un messaggio suo d’amore

pe sollevatte ‘n po’ dar tuo dolore.

Questo mistero, che nun po’ spiegasse

la mente umana, esiste e te conzola :

perché te pare come si passasse

un volo, ‘na preghiera, una parola

de certezza, che te ridà la vita

che te pareva povera e sfiorita.

Sospiri un nome…e provi ‘na gran quiete :

le strade der Signore so’ segrete. “

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Questo è il meraviglioso panorama che si gode da Serrone e che voglio condividere con tutti Voi.

Il tempo muta ogni giorno e ogni giorno ci vengono offerti dei quadri incredibili e sempre nuovi.

E’ una pinacoteca a cielo aperto.

Non importa che ci sia il Sole o che le nubi lo offuschino : ammirando questo spettacolo si sente di essere una piccola parte del creato, una piccola luce dell’Universo.

Buon Natale, amici miei e felice Nuovo Anno.

Buon Natale soprattutto a chi è solo e non può condividere la magia della festa con le persone care. Certamente ci sarà nel suo passato un ricordo, un ricordo bello e magico, da poter rivivere ad occhi chiusi.

Buon Natale!

 

L ‘ORO VERDE

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In questo periodo a Serrone, come in tanti altri paesi della Ciociaria, le famiglie colgono le olive.

Qui sono pochi quelli che non ne possiedono qualche pianta, magari in un fazzoletto di terra su per il monte. Dall’inizio della estate vanno a sorvegliare che la terribile mosca non abbia infestato le piante, cercando il momento giusto per dare l’acqua ramata. Questo disinfettante deve essere irrorato né troppo presto, perché perderebbe di efficacia, né troppo tardi, perché le olive sarebbero irrimediabilmente perdute.

Sono stata fortunata!” mi diceva una paesana che era riuscita a disinfettare le piante al momento giusto. “I miei vicini per pochi giorni di ritardo nel dare l’acqua ramata hanno perso tutto il raccolto! E’ una tristezza vedere i frutti caduti ai piedi delle piante, anneriti, dopo il lavoro di tutto un anno…”

Sì, perché dietro quel buon olio che gustiamo ignari, c’è un lavoro continuo.

Si comincia subito, appena colte le olive, perché c’è da pensare alla potatura delle piante.

Qui a Serrone, come penso anche in altre cittadine, sono stati fatti dei corsi per insegnare alle giovani generazioni a potare gli olivi correttamente, in modo da rispettare la pianta e nello stesso tempo farle dare una maggiore resa. Gli anziani del paese sono bravissimi perché lo fanno da una vita , ma i giovani è giusto che imparino secondo le più recenti norme agricole.

Poi, durante l’anno, bisogna zappare la terra intorno alle radici, perché il terreno deve essere fresco per far drenare bene l’acqua e non permettere ristagni che farebbero marcire le piante. Poi, come tutte le piante, vanno concimate e curate.

Conosco una delle tante famiglie che in questo periodo si dedicano al raccolto delle olive, quando riescono a salvarle dai parassiti. L’anno scorso, per esempio, molti non hanno nemmeno colto i frutti, perché erano irrimediabilmente guasti. Quelli che l’hanno voluto fare nonostante tutto, hanno ottenuto un olio scuro e immangiabile.

Si deve poi sempre sperare che durante l’estate non piova troppo, né troppo poco, perché la resa e la qualità ne soffrirebbero.

Comunque quest’anno la mia famiglia amica ha potuto andare a cogliere. Si sono alzati all’alba, la nonna, i genitori ed i figli, portando anche il bimbo piccolo della figlia più grande, un bambino di appena tre anni . Ricordo che qualche anno fa i genitori si rammaricavano perché i figli giovinetti sbuffavano all’idea di fare questo gravoso lavoro e davano appena una mano a caricare i sacchi sulla macchina. Ora le cose sono cambiate. I figli sono diventati adulti e consapevoli. La maggiore si è sposata, ha avuto un bimbo, ed anche i suoi fratelli – dopo un anno di “magra” – hanno capito l’importanza di avere il proprio olio sulla tavola.

Alle prime luci sono arrivati tutti – ad eccezione del bimbo perché faceva ancora troppo freddo – ed hanno cominciato a stendere grandi reti sotto le piante, perché nessun frutto prezioso andasse perduto: gli olivi non sono in piano, ma arrampicati sul costone del monte ed ogni oliva che cade rotola fino a valle ed è irrimediabilmente persa. Fa freddo, specie all’inizio : le mani si intorpidiscono e dopo un po’ non si sentono più, si sente solo un gran dolore per tutto il braccio, fino alla spalla. Alcuni agricoltori si servono di apparecchi elettrici che vengono passati lungo i rami e fanno cadere i frutti sulle reti, ma ho sentito dire che rovinano le piante perché strappano anche molte foglie ed inoltre sono faticosi perché bisogna usarli tenendo le braccia in alto. Ho visto anche una specie di pettini lunghi che vengono passati a mano, ma il raccolto migliore viene fatto oliva per oliva, con fatica e pazienza. Il freddo è pungente, ma lo sforzo è tanto che il sudore scorre lungo la schiena e si gela all’altezza dei reni. Per i rami più alti servono le scale, stando bene attenti a non cadere, anche se purtroppo quasi ogni anno c’è qualche incidente. Le fratture a costole, gambe o braccia non si contano!

Ma torniamo alla nostra famiglia.

Quando il sole è quasi alto nel cielo, arriva la figlia maggiore con il bimbo. E’ infagottato in una piccola giacca imbottita con cappuccio e sembra un eschimese. Ride felice. Per lui tutto è gioco, tutto è sorpresa e divertimento. Lo mettono seduto ai piedi di un grande olivo e, volendo a suo modo aiutare, cerca di raccogliere i frutti caduti a lui più vicini, ma alcuni gli sfuggono e ruzzolano a valle, andando perduti. “Grazie, Ni’, ma non ti stancare, raccoglie nonna!”

E’ bello vedere quattro generazioni assorte nel lavoro. E’ bello che anche il bimbo si senta parte di questa fatica, si abitui fin da piccolo ad aiutare. Dopo qualche ora, il piccolo viene posato nel suo seggiolino in macchina e si addormenta subito, stanco.

All’ora di pranzo si addenta un panino freddo, ma bene imbottito e si beve a turno da un fiasco di vino (il vino è l’unica cosa che scalda un po’ lo stomaco) e poi via! subito di nuovo al lavoro per cogliere finché viene buio.

A sera, il ritorno a casa, stanchi, affamati e sporchi. La fila per la doccia , mentre la mamma, superando la stanchezza, prepara una pastasciutta fumante. E il letto, quanto è comodo il letto! Accoglie i loro corpi sfiniti in un sonno ristoratore.

Dopo tre giorni, tre giorni nei quali il tempo fortunatamente ha dato anch’esso una mano, la raccolta delle olive è terminata.

Ora i sacchi devono essere portati al frantoio per la spremitura. La migliore è quella a freddo, anche se la resa è inferiore. E ancora ore di fila aspettando il proprio turno. Ogni due o tre ore i membri della famiglia si danno il cambio, ben attenti che nessuno passi avanti… A volte è notte quando si torna a casa, con l’olio, l’oro verde!

La prima cosa è l’assaggio : la mamma brusca nel camino le fette di pane casareccio, ci strofina l’aglio e versa sopra il nettare dorato, un nettare con riflessi verdi.

E’ una prelibatezza e tutti si guardano soddisfatti, senza parlare e sorridono: questo è il risultato di tanto lavoro, tanto sacrificio.

Un lavoro corale di tutta la famiglia.

Un lavoro duro che, almeno quest’anno, finisce in un grande sorriso di soddisfazione.