LA STANZA Parte Quarta

convivialità

 

Dopo qualche anno, riuscimmo a comprare la casa che era subito sopra la nostra. Le unimmo (con il valido aiuto di mia sorella, architetto) e ne venne fuori una casa grande, piena di terrazzi, scale e scalette interne ed esterne molto suggestive, anche se un po’ faticose. Devo confessare che attualmente è positivo avere tutte queste scale, in quanto siamo obbligati a fare ginnastica continuamente…

Ormai non avevamo più bisogno del piccolo locale al primo piano, avendo ricavato una sala da pranzo più comoda ed un salotto “vero” al piano superiore.

La stanza ancora per qualche tempo rimase inutilizzata.

Si pose poi il problema di trovare un posto dove mettere i cani quando veniva da Roma a trovarci la carovana degli amici.

All’epoca, se venivano tutti, eravamo circa quaranta persone. Alcuni di loro avevano dei cani e pertanto il problema non si poneva. Altri invece nutrivano delle vere e proprie fobie nei confronti dei pelosi, fobie che riguardavano solo in minima parte la paura dei cani. Più che altro li temevano dal punto di vista igienico: si sa che i figli pelosi fanno le feste saltandoti addosso e riempiendoti di peli, che basta fare loro un complimento per comprarseli, che guardano con occhi imploranti ed affamati chi sta addentando una tartina per conquistarne un pezzettino, non importa cosa tu stia mangiando, qualsiasi cosa sia.

A questo punto dovevamo assolutamente trovare un posto dove poterli chiudere per qualche ora durante i nostri meeting. Nella stagione calda avremmo potuto lasciarli fuori, su uno dei terrazzi coperti, ma durante l’inverno non potevamo farli stare al gelo.

Ancora una volta la nostra piccola stanza ci venne in aiuto.

Chi ha letto la storia di Isotta , detta Totta, raccontata nei miei “Piccoli Amici”, ricorderà che si trattava di un cane che soffriva di sindrome da abbandono. Quando uscivamo o quando dovevamo allontanarci da lei anche per un breve periodo, si disperava talmente che rompeva tutto quello che poteva rompere.

In quel periodo era arrivata da noi anche Chicca, la nostra cagnolina bianca, calma e dolcissima, ma la sua vicinanza non bastava a consolare Totta della nostra assenza.

Prima di far loro usare la piccola stanza, fummo obbligati ad ordinare ad un fabbro un cancelletto per chiuderla, in quanto la porta in legno sarebbe stata distrutta in un attimo, ed anche delle grate interne per salvare la finestra. Dovemmo inoltre alzare tutte le tavole che componevano due piccole librerie a muro, in quanto Totta facendo dei salti riusciva ad afferrare i libri, riducendoli in brandelli. Ovviamente non nutriva preferenze di autore o di contenuto: i libri per lei erano solo del materiale da distruggere.

Alla fine, due belle cucce comode completarono il nuovo arredamento e la nostra stanzetta diventò “la camera dei cani”.

Una volta chiuse laggiù, potevamo stare tranquilli che nessuno avrebbe disturbato i nostri pranzi. Poi, per non sentirle abbaiare, tutte le volte che serviva compravamo il loro silenzio con un grande osso di bue, che specie Totta si divertiva a sgranocchiare con impegno.

E che festa quando tutti gli invitati erano andati via, poter correre a liberarle! Ci saltavano addosso come se non ci avessero visto da giorni!

Devo dire che non ci portavano rancore per essere rimaste chiuse qualche ora, come se capissero che era indispensabile farlo.

Col tempo le pelose divennero tre, perché la famiglia si allargò anche a Liebe, la mini cagnolina che mi venne regalata. Liebe era quella che protestava di più quando capiva che le portavamo giù per chiuderle. Comunque almeno così stavano al calduccio su delle belle e morbide cucce.

Passarono gli anni e, nel tempo, la nostra bella comitiva si fece sempre più esigua. Avevamo più o meno la stessa età e adesso siamo quasi tutti intorno agli 80 anni. Alcuni non ci sono più e ripenso con tanto rimpianto a chi ci ha lasciato. Tra tutti in particolare Isolina e Marco. La loro era stata una romantica storia d’amore, una storia che si era accesa sotto il sole di Napoli, tra la bella e giovane Isolina ed il bellissimo ufficiale di marina Marco. Invecchiando, li vedevo come due persone fuori dal tempo, due persone unite come non mai. Fu lui il primo a lasciarci e la moglie visse ancora pochissimi anni, consumandosi e rimpiangendolo sempre.

Nel corso della nostra vita abbiamo visto amici dover affrontare, oltre ai problemi di tutti gli anziani, anche i problemi dei figli. Siamo stati testimoni della loro sofferenza per l’egoismo della propria famiglia, in un periodo della vita in cui avrebbero avuto ancora più bisogno dell’affetto dei propri cari. Quello che ho visto, mi ha fatto ringraziare Dio per il destino che ho avuto finora.

Ricordo che una cara amica, anche lei rimasta senza il proprio compagno di vita, mi confidò : ” E sai allora che mi ha detto mio figlio “Tu morirai sola!” Così mi ha gridato, perché voleva che gli intestassi subito parte della casa!” E piangeva e le lacrime scendevano dai suoi occhi seguendo il tracciato delle rughe sulle guance. Soffrivo per lei e per sentire meno dolore cercavo di tenere occupata la mia mente con le evoluzioni disegnate sul suo volto dalle lacrime.

Dopo qualche tempo, anche questa amica morì per una malattia, una malattia che trovò il suo corpo senza difese. Il male fece presto con lei, perché ‘non voleva’ difendersi.

In chiesa, per l’ultimo saluto, il figlio pianse e pronunciò delle parole toccanti di commiato.

Certamente non sapeva che gli amici più cari sapevano.

Spero che anche lui provi un giorno gli stessi dolori. “La vita è una ruota” dice un proverbio che tutti conoscono…

Per fortuna non tutti sono così: qualche rara eccezione esiste ed allora è consolante vedere i figli, a loro volta ormai grandi, prendersi cura dei propri genitori. I ruoli, ad una certa età, si invertono. Una cosa che ho notato, è che gli anziani si sentono in colpa quando vedono i propri figli stanchi dovendosi dividere tra il lavoro, le incombenze della vita e l’assistenza ai propri genitori.

I vecchi quasi chiedono scusa di essere ancora vivi.

Ma torniamo alla nostra stanza.

Per qualche anno rimase “la camera dei cani” e la adoperavamo anche quando veniva il veterinario a casa per visitare Totta, ormai anziana e gravemente malata. In tali occasioni ci portavamo un tavolo da giardino in modo che il medico la potesse visitare più comodamente.

Fu lì che ebbi la triste notizia che la nostra Totta era di nuovo assalita dal tumore, anzi che dalla ecografia era risultato che era tutta un tumore, e che le restavano al massimo un mese o due di vita.

La nostra stanza, la nostra piccola stanza, mi sembrò all’improvviso buia e fredda.

C O S I’ C O S I’

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Ero molto, molto emozionata. Percorrevo le stanze interne del Vaticano insieme ai miei genitori, intimorita da quegli arredi lussuosi e dagli stucchi dorati. Non ho molti ricordi di quella giornata, perché ero veramente piccola : potevo avere intorno ai cinque anni.

Mi raccomando, non ridere se vedrai dei soldati vestiti con pantaloni a strisce colorate: sono le guardie svizzere e quella è la loro divisa!” In effetti non avevo mai visto nulla di simile, ma quel giorno non le incontrammo, né con la divisa “da lavoro”, né con la divisa di gala.

Mio padre aveva avuto il permesso di poter vedere, sia pure di sfuggita, il Santo Padre dopo una udienza, aspettandolo nel corridoio. Ci avevano detto che il Papa, all’epoca Pio XII, avrebbe impartito la benedizione passando davanti a noi. Non avremmo dovuto parlargli, solo inginocchiarci al suo passaggio. Tutto ciò perché il parroco della nostra Chiesa di Roma voleva dimostrare la sua riconoscenza a mio padre per tutto il bene che faceva da anni ai poveri assistiti dalla parrocchia, visitandoli, curandoli gratis e procurando loro le medicine necessarie.

Ricordo che eravamo arrivati trafelati perché avevamo attraversato di corsa Piazza San Pietro per la paura di arrivare tardi ed un prelato dall’aria importante ci aveva fatto strada all’interno del palazzo.

C’era anche un’altra famiglia che aspettava il passaggio del Santo Padre e stavamo tutti in silenzio, un poco intimoriti.

Ed ecco, una porta si aprì ed apparve Pio XII.

Anche se piccola, l’avevo visto in fotografia sui giornali e lo riconobbi subito. Era alto e magro, vestito di bianco ed avanzava benedicendo.

Quello che non potevo aspettarmi, e con me tutti presenti, fu che arrivato alla mia altezza si fermasse.

Invece si chinò su di me, mi mise una mano in testa e mi domandò “Sei buona?”

Ricordo quella scena come se fosse ora. Il mio primo impulso fu di rispondere “Sì!” Poi in un lampo pensai che erano presenti i miei genitori, che spesso mi sgridavano perché ero una bimba troppo vivace e inoltre dicevo le bugie (ho avuto sempre una gran fantasia!). Allora non potei far altro che rispondere: “Così così” Ebbene, sentendo una bambina così piccola fare autocritica, il Papa sorrise, mentre i miei dicevano in coro “Ma certo che è buona, è una brava bimba!”

Mi meravigliai moltissimo : non avrei mai creduto che pensassero questo di me…

Il Santo Padre proseguì il suo cammino, ma rimase un lieve sorriso sul suo ascetico volto.

LA STANZA Parte terza

Scan GROTTA UNO 

La stanza rimase chiusa e muta. Era come se il dolore per la perdita delle nostre mamme ci impedisse di utilizzarla diversamente. Sembrava quasi che il lasciarla come era le trattenesse ancora un po’ con noi.

A chi venne poi in mente di utilizzarla come stanza da pranzo? Erano trascorsi due anni.

Ci mettemmo un tavolo non tanto grande, date le dimensioni, un tavolo che poteva ospitare sei persone comode o otto un po’ strette. Contro il muro, una panca di legno e nei lati liberi delle panchette più piccole e delle sedie. Non c’era posto per altro.

Vennero amici a trovarci, da Roma. Non erano mai stati a Serrone e ricordo che una Signora romana mi disse: “Ma che posto incantevole! Adesso capisco perché hai sempre un’aria così felice!”

Io veramente non mi ero mai accorta di avere “un’aria felice”, ma evidentemente l’espressione del viso rispecchia la nostra anima, i nostri sentimenti. Una volta avevo letto che – dopo i trent’anni – ognuno è responsabile della faccia che ha.

E’ vero, questo posto mi ha donato serenità.

Tuttora, quando devo recarmi a Roma per qualche commissione o per Uffici, non vedo l’ora di tornare quassù. Mi sembra impossibile aver vissuto per quasi sessant’anni in una città così enorme, una città diventata nel tempo così poco a misura d’uomo. E’ chiaro che i rapporti interpersonali in una grande città sono per forza di cose diversi da quelli che possono instaurarsi vivendo in un piccolo centro, ma ormai la mia Roma, la mia bella Roma, non esiste più. A cominciare dal traffico, così caotico. Nelle vie intasate, se guardo dentro alle auto ferme accanto alla mia, vedo persone insofferenti, dallo sguardo teso volto a cercare un pertugio per intrufolarsi tra una macchina e l’altra. Vedo una umanità preoccupata, incattivita, arida.

Dove sono i tramonti al Gianicolo, con i tetti rossi per l’ultimo sole, mentre le mamme fanno ritorno a casa con i bimbi in carrozzina, dopo averli portati a respirare nel parco? Ora l’aria è inquinata ovunque ed i piccoli, sui passeggini, sono all’altezza giusta per inalare quanto viene espulso dai tubi di scappamento.

Povera Roma mia, quanto ti amo e quanta pena sento nel cuore! A volte penso con tristezza alla gioventù di adesso, la gioventù che non ha potuto conoscere la città che abbiamo avuto la fortuna di vivere noi, noi anziani.

Quando eravamo giovinetti, nei parchi giravano per controllo i carabinieri a cavallo. Percorrevano i lunghi viali alberati, pronti ad intervenire per qualsiasi problema, e come scappavano i ragazzotti alla loro vista! “Quando li vedevamo, ce la facevamo sotto!… Anche se non stavamo facendo niente di male, ci veniva l’impulso di fuggire nella direzione opposta! ” mi ha detto un mio coetaneo ricordando quei tempi…

Comunque Roma rimane una città di grande bellezza, dove ogni angolo parla un linguaggio d’arte diverso.

E’ bello anche andare nei Musei, dove l’aria è più respirabile perché sofisticate apparecchiature la filtrano e regolano l’umidità, a beneficio di marmi e dipinti (ed anche dei nostri polmoni…)

Ma torniamo alla nostra piccola stanza, nella nostra piccola casa.

Tra gli avvenimenti che la videro protagonista, non posso non menzionare la visita di un gruppo speleologico romano che venne una domenica mattina per ispezionare una grotta posta nelle vicinanze di Serrone. A questo gruppo, sempre alla ricerca di nuovi posti da scoprire, giungemmo grazie alle conoscenze di un collega d’ufficio di mio marito.

Scan GROTTA DUE

Tutto era cominciato andando a mangiare una pizza a Serrone. Il gestore del locale sapeva che il proprietario di un terreno posto a valle aveva chiuso con grosse pietre una specie di pozzo naturale, dal quale veniva aria fresca. Questo particolare lasciava presumere che ci potesse essere una grotta, magari ampia e bella come le grotte di Frasassi!… Sognavamo ad occhi aperti.

Vennero presi contatti con il proprietario, un Signore anziano che si disse disponibile a far entrare gli speleologi, purché pensassero loro a togliere le pietre e rimettessero poi tutto a posto.

Purtroppo durante la settimana precedente all’appuntamento piovve spesso ed il gruppo che si presentò (circa 15 persone) trovò molto fango. Ciò nonostante, gli speleologi cominciarono subito a togliere le pietre che il proprietario aveva messo per timore che qualcuno cadesse dentro al pozzo e si calarono per una decina di metri all’interno. Facevano parte della spedizione anche due ragazze, molto magre e piene di entusiasmo, che andarono per prime e riferirono che sotto, dopo una strettoia, si arrivava ad una bella grotta, con stalattiti e stalagmiti. Scesero pure i maschietti, meno uno che era arrivato dopo gli altri ed era più corpulento, ma comunque faceva parte del pronto soccorso che deve sempre essere operativo, specie quando si ispezionano posti non conosciuti.

Io nel frattempo ero tornata a casa a cucinare per tutta la truppa : polenta con salsicce, preceduta da antipasto misto con salumi locali casarecci. Ricordo che i ragazzi mangiarono alle tre del pomeriggio, perché rimasero fino all’ultimo ad ispezionare la grotta, nella quale dissero che si sentiva un soffio d’aria : questo indicava un altro passaggio od anche un’altra grotta, chissà. Comunque, dato il fango dappertutto, non poterono andare oltre, ma scattarono delle fotografie molto suggestive.

Arrivarono poi a casa affamati e, su una panca da quattro o cinque persone, si stiparono in undici!

Fu una giornata splendida. Era bello vedere questi giovani dedicare la loro domenica ad uno sport sano, senza mire di guadagno, fatto solo per passione. Dopo aver calmato i morsi della fame, restarono a lungo a parlare dello spettacolo visto quella mattina nelle viscere della terra. Erano tutti entusiasti e si interrogavano sulla età della grotta appena visitata, calcolandone gli anni in base alle stalattiti e stalagmiti formatesi nel tempo. “Una era quasi trasparente! L’ho potuta vedere accendendole dietro la luce della torcia.”

Trattandosi di una grotta ispezionata per la prima volta e quindi non censita, dissero che l’avrebbero descritta sul loro giornalino, dandole un nome, come si usa in questi casi. Proposero di chiamarla come mio marito, trattandosi della persona che aveva organizzato l’evento, ma Giuseppe, molto cavallerescamente, disse loro di darle il mio nome. La proposta trovò tutti d’accordo, forse anche perché la polenta con salsicce mi era venuta proprio bene. “Sì, diamole il nome della Signora, che ha cucinato per noi!”

Ci sono donne alle quali il loro spasimante ha donato favolosi gioielli, altre che hanno avuto in dono persino di dare il loro nome ad un asteroide. Io so che una piccola grotta nei pre-Appennini porta il mio nome e questo mi riempie di gioia. Nessuno mi aveva mai fatto un regalo così bello.

Molti anni sono passati. Mi è rimasto comunque un ricordo indelebile di quella giornata. Da tempo l’anziano proprietario non c’è più. Chissà se è mai tornato a visitare quei luoghi?

E la nostra piccola stanza? Resse bene tutta quella gente, anche perché i ragazzi erano abituati ad accamparsi in luoghi impervi e scomodi…

LA STANZA Parte seconda

Passò del tempo.

Rimase un solo genitore, la mia mamma, e la stanza venne abitata spesso, nei fine settimana, da lei.

Il venerdì sera passavamo a prendere lei e la sua gatta Sibilla e le portavamo con noi a Serrone.

Ricordo che ogni volta, entrando nel Villaggio, mamma esclamava :” Ma quanto verde, quante belle piante, è un miracolo, un posto incantato!”

In realtà non era niente di particolare, ma di notte, illuminato dai fari della macchina e dalla luna nel cielo, pareva un luogo magico.

Nel buio, il verde delle foglie assumeva un colore diverso per ogni pianta, dal grigio, all’argento, al blu scuro. La vallata era piena di piccole luci che si confondevano all’orizzonte con le stelle più lontane e la terra sembrava congiungersi al cielo: per noi che venivamo dalla città, ogni volta era veramente un grande spettacolo.

Mi piaceva “viziarla” un po’, la mia mamma, anche cucinandole i cibi che più gradiva per farle sentire tutto il mio affetto. Comunque, tra le vivande da lei preferite, negli ultimi tempi un posto d’onore era riservato al prosciutto. Sì, al prosciutto perché la religione della sua badante somala lo escludeva categoricamente dalla loro mensa, insieme al vino, alla carne di maiale, alla carne di manzo non macellata secondo i riti islamici ed a molti altri cibi. Quella badante era una “perla” per quanto riguardava tutte le sue incombenze, una persona di una onestà senza pari, ma la differenza della religione a volte pesava.

Pertanto, una volta a Serrone, cercavo di cucinarle piattini appetitosi. La sera poi la portavamo spesso in un vicino ristorante dove facevano delle pizze buonissime. Ricordo che mamma la prendeva spesso ai funghi porcini e mangiava tutto il centro con più condimento, tanto che il gestore, avendolo notato, la viziava portandole a parte un piattino con altri funghi.

Noi all’epoca ancora lavoravamo, ma comunque mi ero ripromessa, una volta in pensione, di fare tre cose:

un po’ di volontariato, che con gli orari dell’ufficio non avevo potuto mai svolgere in modo attivo;

un corso di ballo, perché ero rimasta al “ballo della mattonella”;

un seminario di cucina, fatto sul serio, da un vero chef.

Dei miei tre desideri, nel tempo ne ho potuti realizzare solo due: il volontariato, che ho svolto per anni con molta gratificazione ed il corso di cucina, che ho seguito con profitto e con tanto di attestato di frequenza.

Per l’altro, il ballo, niente da fare: avevamo saputo che presso un ristorante locale – che aveva a disposizione ampie sale – davano lezioni di ballo e andammo ad informarci. Ma la stagione della scuola di danza, essendo giugno, volgeva al termine ed il gestore del ristorante molto onestamente ci disse di tornare a settembre, all’inizio dei nuovi corsi.

Questo lasso di tempo consentì a mio marito di ripensarci e di addurre vari dolori a piedi e caviglie che non gli avrebbero certo permesso di volteggiare come un ballerino. Ovviamente io sarei potuta andare da sola, ma altrettanto ovviamente non mi andava. Quindi, non avendo a disposizione il Genio della lampada, il mio secondo desiderio rimase irrealizzato!

Per quanto riguarda invece il corso di cucina, ancora metto in pratica gli insegnamenti dello chef romano che ogni settimana si spostava a Serrone per insegnarci le ricette ciociare. Era un po’ stancante, perché le lezioni duravano circa cinque ore, ma era anche divertente, in quanto la sera arrivavano i mariti e mangiavamo insieme le varie vivande da noi preparate.

Ho sempre considerato il cucinare un modo per dimostrare alle persone a me care tutto l’affetto che sento per loro.

Adesso, anche se a volte sono stanca perché l’età comincia a farsi sentire, entro sempre in cucina con amore. Mi piace veder mangiare con gusto quello che preparo. Mi piace anche quando mio marito mi dice speranzoso: ”Che c’è di buono oggi?” allungando il collo per sbirciare sui fornelli.

Ma torniamo alla mia mamma. Quando cominciò a venire regolarmente con noi a Serrone era reduce da un grande dolore: la perdita di mio padre. Non posso neanche immaginare lo smarrimento che si debba provare a rimanere soli in tarda età dopo una vita passata insieme. Il loro matrimonio era durato cinquantotto anni! Se poi aggiungiamo gli otto anni di fidanzamento…. Si erano conosciuti giovanissimi, sedici anni lei e diciannove lui. Mio padre si era appena iscritto al primo anno di medicina. Dopo la laurea dovette fare il servizio militare e infine trovare un lavoro. Ed il tempo passava. Appena possibile si sposarono.

Quello che mi piaceva nel loro rapporto era la freschezza del loro amore nel tempo. Erano già ottantenni, eppure mamma era ancora gelosa di lui! Bastava un complimento fatto a papà da una qualsiasi Signora attempata, che mamma “drizzava le antenne” e faceva in modo di evitare futuri incontri!

Quando mio padre ci lasciò, lo portammo a Serrone, dove anni prima avevamo acquistato una piccola cappella. All’epoca, a Roma era diventato quasi impossibile tumulare i propri cari. Avevo un mio carissimo zio che dopo tre anni era ancora in deposito, in uno squallido camerone dove entrava la pioggia. Spero che attualmente le cose siano cambiate.

In verità mio padre avrebbe potuto essere portato ad Asola, nel mantovano, dove era nato, in quanto un suo zio – come venimmo a sapere anni più tardi – aveva lasciato per testamento alla sua sorella (la mamma di papà) ed a “tutti i suoi discendenti” il diritto di essere tumulati in una bellissima tomba di famiglia nel Cimitero di quella città. Infatti la mia nonna paterna e due dei suoi figli sono lì. Ma la mia mamma? “…tutti i suoi discendenti…” Non le mogli, quindi. Pertanto mamma e papà avrebbero dovuto dividersi, quando uno di loro due fosse deceduto.

Forse in una vita futura non ci importerà poi molto dove i nostri corpi saranno portati, essendo ormai puri spiriti e vedendo le cose certamente in maniera diversa.. Però, finché si vive, si ragiona con i nostri pensieri terreni.

A proposito della tomba di famiglia in Asola, anni prima capitò un fatto strano.

Era deceduto ancora abbastanza giovane il fratellastro di mio padre, figlio del nostro nonno paterno e della sua seconda moglie e, mentre ci preparavamo a partire per assistere ai suoi funerali, a mio padre arrivò una telefonata.

La moglie ed i figli chiedevano a papà se era possibile tumularlo nella tomba di famiglia di Asola. Ovviamente mio padre dette il permesso, senza neanche pensarci. Ma al momento di far entrare la cassa con il suo triste carico in uno dei loculi posti sotto la tomba, non ci fu niente da fare: la cassa non passava. Ricordo che gli incaricati della ditta misurarono più volte la cassa e l’entrata del loculo: doveva passarci, anche se per pochi centimetri ! Ma niente! Gli operai spingevano con tutte le loro forze, rossi e sudati per lo sforzo, ma senza nessun risultato. Dopo una mezz’ora di vani tentativi, la famiglia dovette arrendersi e trovare seduta stante un’altra sistemazione. “E’ come se dall’interno qualcuno spingesse in fuori .” Disse uno degli operai.

La mattina seguente mio padre si recò ai Servizi Cimiteriali del Comune per prendere visione del testamento di suo zio, a suo tempo ivi depositato. Solo allora venne a sapere che lui ed i suoi figli avrebbero potuto dimorare in eterno nella famosa tomba di famiglia, ma non altri, in particolare il suo fratellastro.

Cosa avrebbero detto i discendenti viventi dello zio vedendo un estraneo tumulato insieme ai loro cari?

Resta comunque inspiegabile come mai la cassa non entrò: sembrava veramente che dall’altra parte spingessero per non farla passare…

Molti anni prima, durante una seduta spiritica, avevamo saputo che i nostri cari ci mandavano a volte alcuni “segnali” : un passerotto che cinguettava vicinissimo a noi mostrando di non avere alcuna paura oppure l’impressione di una piccola ombra che ci seguiva e che svaniva non appena ci voltavamo a guardare ovvero una sensazione di “altro”. Mamma aveva sempre pensato che fossero “segni” e la conferma avuta durante la seduta spiritica le ispirò una delle sue poesie più belle in vernacolo, che di seguito trascrivo per voi:

“Presenze

Senti un fiato leggero… Giri l’occhio :

la porta è chiusa. Riordini er commò…

Perché te viè da mettete in ginocchio ?

Sei sola, ner silenzio… Sai, però,

che quarcuno ha un messaggio suo d’amore

pe sollevatte ‘n po’ dar tuo dolore.

Questo mistero, che nun po’ spiegasse

la mente umana, esiste e te conzola :

perché te pare come si passasse

un volo, ‘na preghiera, una parola

de certezza, che te ridà la vita

che te pareva povera e sfiorita.

Sospiri un nome…e provi ‘na gran quiete :

le strade der Signore so’ segrete. “

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Questo è il meraviglioso panorama che si gode da Serrone e che voglio condividere con tutti Voi.

Il tempo muta ogni giorno e ogni giorno ci vengono offerti dei quadri incredibili e sempre nuovi.

E’ una pinacoteca a cielo aperto.

Non importa che ci sia il Sole o che le nubi lo offuschino : ammirando questo spettacolo si sente di essere una piccola parte del creato, una piccola luce dell’Universo.

Buon Natale, amici miei e felice Nuovo Anno.

Buon Natale soprattutto a chi è solo e non può condividere la magia della festa con le persone care. Certamente ci sarà nel suo passato un ricordo, un ricordo bello e magico, da poter rivivere ad occhi chiusi.

Buon Natale!

 

L ‘ORO VERDE

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In questo periodo a Serrone, come in tanti altri paesi della Ciociaria, le famiglie colgono le olive.

Qui sono pochi quelli che non ne possiedono qualche pianta, magari in un fazzoletto di terra su per il monte. Dall’inizio della estate vanno a sorvegliare che la terribile mosca non abbia infestato le piante, cercando il momento giusto per dare l’acqua ramata. Questo disinfettante deve essere irrorato né troppo presto, perché perderebbe di efficacia, né troppo tardi, perché le olive sarebbero irrimediabilmente perdute.

Sono stata fortunata!” mi diceva una paesana che era riuscita a disinfettare le piante al momento giusto. “I miei vicini per pochi giorni di ritardo nel dare l’acqua ramata hanno perso tutto il raccolto! E’ una tristezza vedere i frutti caduti ai piedi delle piante, anneriti, dopo il lavoro di tutto un anno…”

Sì, perché dietro quel buon olio che gustiamo ignari, c’è un lavoro continuo.

Si comincia subito, appena colte le olive, perché c’è da pensare alla potatura delle piante.

Qui a Serrone, come penso anche in altre cittadine, sono stati fatti dei corsi per insegnare alle giovani generazioni a potare gli olivi correttamente, in modo da rispettare la pianta e nello stesso tempo farle dare una maggiore resa. Gli anziani del paese sono bravissimi perché lo fanno da una vita , ma i giovani è giusto che imparino secondo le più recenti norme agricole.

Poi, durante l’anno, bisogna zappare la terra intorno alle radici, perché il terreno deve essere fresco per far drenare bene l’acqua e non permettere ristagni che farebbero marcire le piante. Poi, come tutte le piante, vanno concimate e curate.

Conosco una delle tante famiglie che in questo periodo si dedicano al raccolto delle olive, quando riescono a salvarle dai parassiti. L’anno scorso, per esempio, molti non hanno nemmeno colto i frutti, perché erano irrimediabilmente guasti. Quelli che l’hanno voluto fare nonostante tutto, hanno ottenuto un olio scuro e immangiabile.

Si deve poi sempre sperare che durante l’estate non piova troppo, né troppo poco, perché la resa e la qualità ne soffrirebbero.

Comunque quest’anno la mia famiglia amica ha potuto andare a cogliere. Si sono alzati all’alba, la nonna, i genitori ed i figli, portando anche il bimbo piccolo della figlia più grande, un bambino di appena tre anni . Ricordo che qualche anno fa i genitori si rammaricavano perché i figli giovinetti sbuffavano all’idea di fare questo gravoso lavoro e davano appena una mano a caricare i sacchi sulla macchina. Ora le cose sono cambiate. I figli sono diventati adulti e consapevoli. La maggiore si è sposata, ha avuto un bimbo, ed anche i suoi fratelli – dopo un anno di “magra” – hanno capito l’importanza di avere il proprio olio sulla tavola.

Alle prime luci sono arrivati tutti – ad eccezione del bimbo perché faceva ancora troppo freddo – ed hanno cominciato a stendere grandi reti sotto le piante, perché nessun frutto prezioso andasse perduto: gli olivi non sono in piano, ma arrampicati sul costone del monte ed ogni oliva che cade rotola fino a valle ed è irrimediabilmente persa. Fa freddo, specie all’inizio : le mani si intorpidiscono e dopo un po’ non si sentono più, si sente solo un gran dolore per tutto il braccio, fino alla spalla. Alcuni agricoltori si servono di apparecchi elettrici che vengono passati lungo i rami e fanno cadere i frutti sulle reti, ma ho sentito dire che rovinano le piante perché strappano anche molte foglie ed inoltre sono faticosi perché bisogna usarli tenendo le braccia in alto. Ho visto anche una specie di pettini lunghi che vengono passati a mano, ma il raccolto migliore viene fatto oliva per oliva, con fatica e pazienza. Il freddo è pungente, ma lo sforzo è tanto che il sudore scorre lungo la schiena e si gela all’altezza dei reni. Per i rami più alti servono le scale, stando bene attenti a non cadere, anche se purtroppo quasi ogni anno c’è qualche incidente. Le fratture a costole, gambe o braccia non si contano!

Ma torniamo alla nostra famiglia.

Quando il sole è quasi alto nel cielo, arriva la figlia maggiore con il bimbo. E’ infagottato in una piccola giacca imbottita con cappuccio e sembra un eschimese. Ride felice. Per lui tutto è gioco, tutto è sorpresa e divertimento. Lo mettono seduto ai piedi di un grande olivo e, volendo a suo modo aiutare, cerca di raccogliere i frutti caduti a lui più vicini, ma alcuni gli sfuggono e ruzzolano a valle, andando perduti. “Grazie, Ni’, ma non ti stancare, raccoglie nonna!”

E’ bello vedere quattro generazioni assorte nel lavoro. E’ bello che anche il bimbo si senta parte di questa fatica, si abitui fin da piccolo ad aiutare. Dopo qualche ora, il piccolo viene posato nel suo seggiolino in macchina e si addormenta subito, stanco.

All’ora di pranzo si addenta un panino freddo, ma bene imbottito e si beve a turno da un fiasco di vino (il vino è l’unica cosa che scalda un po’ lo stomaco) e poi via! subito di nuovo al lavoro per cogliere finché viene buio.

A sera, il ritorno a casa, stanchi, affamati e sporchi. La fila per la doccia , mentre la mamma, superando la stanchezza, prepara una pastasciutta fumante. E il letto, quanto è comodo il letto! Accoglie i loro corpi sfiniti in un sonno ristoratore.

Dopo tre giorni, tre giorni nei quali il tempo fortunatamente ha dato anch’esso una mano, la raccolta delle olive è terminata.

Ora i sacchi devono essere portati al frantoio per la spremitura. La migliore è quella a freddo, anche se la resa è inferiore. E ancora ore di fila aspettando il proprio turno. Ogni due o tre ore i membri della famiglia si danno il cambio, ben attenti che nessuno passi avanti… A volte è notte quando si torna a casa, con l’olio, l’oro verde!

La prima cosa è l’assaggio : la mamma brusca nel camino le fette di pane casareccio, ci strofina l’aglio e versa sopra il nettare dorato, un nettare con riflessi verdi.

E’ una prelibatezza e tutti si guardano soddisfatti, senza parlare e sorridono: questo è il risultato di tanto lavoro, tanto sacrificio.

Un lavoro corale di tutta la famiglia.

Un lavoro duro che, almeno quest’anno, finisce in un grande sorriso di soddisfazione.

L A S T A N ZA Parte prima

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 Mamma E.

Per alcuni anni la stanza a piano terra ospitò le nostre mamme, prima mia suocera e poi mia madre. (Suocera, quanto è brutta questa parola, adoperata da sempre per indicare una persona insopportabile. Non mi piace chiamare così la mamma di mio marito, che da subito mi ha voluto veramente bene.)

Avevamo pochi soldi, all’epoca, e cercammo di arredare la stanza aguzzando l’ingegno.

Per prima cosa mio marito portò da Roma un comò fatto in tempo di guerra con vecchie cassette dipinte color noce. Lo verniciammo di un colore brillante arancione, per rendere l’ambiente più allegro. Giuseppe mi suggerì di dare la pennellata “grassa” ed io – purtroppo – gli diedi ascolto, con il risultato che anche dopo anni se poggiavamo qualcosa di pesante si attaccava! Superammo il problema con un centro rettangolare fatto ad uncinetto….

Per quanto riguarda il letto, ovviamente singolo date le dimensioni della stanza così ridotte, ci inventammo un testiera acquistando da un fabbro un metro di una vecchia ringhiera messa da una parte per essere venduta come ferro da squaglio. La verniciammo anch’essa color arancione e devo dire che stava proprio bene.

Era venuta una stanzetta molto allegra, con le tendine bianche ricamate alla finestra, dalle quali filtrava la luce del sole. Unico pezzo di valore, un antico lavamani in ferro battuto proveniente da una villa nel modenese, eredità di tempi passati. Nel catino di ceramica, accomodato a fine ottocento con il filo di ferro, una piantina di violetta africana rosa.

Subito fuori della camera, un armadio a muro ed un piccolo bagno a livello la rendevano estremamente comoda per persone di una certa età.

Era bello la mattina fare colazione tutti e tre con i cornetti caldi ed il caffè fumante, immersi nel verde della vallata che si estendeva davanti a noi.

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Purtroppo mia suocera dopo qualche anno si ammalò di Alzheimer.

Che malattia terribile! Non ne avevo idea. I miei cari sono rimasti lucidi mentalmente fino all’ultimo. La mia nonna adorata, l’unica che ho conosciuto, deceduta ad 83 anni, per divagarsi risolveva problemi di matematica.

Io, se dovevo ricordare di fare qualcosa, pregavo il mio papà ultra ottantenne di rammentarmelo! Per tutti gli anziani della mia famiglia era stato il corpo a cedere, non la mente.

Invece mia suocera rimase vittima di questo terribile male, che ti toglie la memoria e ti fa sentire senza radici e senza passato.

Ricordo che una volta mi chiese:” Ma io, quanti figli ho?”

Stranamente di me si ricordava sempre, chiamandomi per nome. Era estremamente triste vedere la luce dell’intelligenza nei suoi occhi man mano annebbiarsi. E pensare che era sempre stata una donna attiva, con un gusto squisito per i bei vestiti : sapeva creare, con qualche scampolo ovvero con un capo vecchio e fuori moda, abiti che sembravano usciti da una grande sartoria. Nella vita era stata una mamma energica e volitiva, che aveva tirato su quattro figli.

Esistono malattie senza pietà, che riescono a toglierti la dignità di vivere. Malattie che ti fanno andar via, ti fanno lasciare le persone amate ancor prima di morire. Io, all’epoca, mi dedicavo ai miei genitori, entrambi molto anziani, ma non dovevo combattere con una situazione così terribile. Posso dire che me li sono goduti fino all’ultimo e mi sono sentita per questo molto fortunata.

Ma torniamo alla mamma di mio marito. Una delle figlie l’assisté in casa fino alla fine. Non è facile stare accanto ad una persona malata sapendo che non ci potrà essere mai un miglioramento. E’ una assistenza logorante, che ti impegna fisicamente e mentalmente e tutta la famiglia ne è coinvolta.

Ricordo la sera in cui morì. Ero seduta in salotto, affondata in una poltrona con tanta pena dentro e di fronte a me era sua figlia, esausta. Eravamo quasi al buio, in quanto la stanza era illuminata solo da una luce che filtrava dal corridoio. Ripensandoci, quando il dolore grida non si sopporta neanche la luce di una lampada. Il dolore vero ama il buio. Rammento che le dissi :”Assistendo tua madre hai dato ai tuoi ragazzi un bellissimo esempio di vita, una eredità di affetti che accrescerà per sempre il loro animo.”

Ho “rivisto” mia suocera nel settembre dello scorso anno, dopo circa trent’anni.

A volte nella vita mi è capitato di “sentire” vicino a me delle presenze e di ringraziare mentalmente questi esseri che mi venivano accanto, avvolgendomi in una nube d’amore. Ma nessuno si era mai mostrato e preferivo così, pensando che certamente avrei avuto paura. Ebbene, era un tardo pomeriggio di settembre. Ero sdraiata nel letto, piena di dolori, in quanto da due mesi sofferente per uno spaventoso attacco di herpes zoster che mi aveva colpito al punto vita ed alla schiena. Questo tipo di herpes viene chiamato “il serpente di fuoco”, perché cammina lungo la vita ed arriva fino alla colonna vertebrale, provocando lancinanti spasmi. Non ricordo di aver mai sofferto tanto in vita mia , non potendo neanche prendere analgesici in quanto allergica a molte specialità medicinali. A volte mi sembrava che il dolore mi trasportasse lontano e pensavo che non ce l’avrei fatta, che uno spasimo più potente degli altri mi avrebbe portata via.

Ebbene, all’improvviso, nella penombra della mia camera da letto, vidi entrare una Signora vestita di grigio. Più che camminare, sembrava scivolare sul pavimento.

Si fermò in fondo al letto e non potevo vedere bene i lineamenti data la poca luce, ma capii che era la mamma di mio marito. Mi guardava con un’espressione seria. Pensai che forse stavo sognando e provai a chiudere gli occhi per vedere se, riaprendoli, l’avrei vista ancora. Ma era sempre lì. Restò con me poco tempo, un paio di minuti, senza parlare ed anche io non pensai a parlarle: ci guardavamo soltanto. Improvvisamente svanì. Non avevo comunque provato alcuna paura.

Se ci ripenso, considero un bellissimo regalo questa visita. Non mi sono mai spiegata perché è accaduto. Forse i grandi dolori mi avevano allontanata dalla mia dimensione terrena?

L A S T A N Z A

 

Generalmente, quando si acquista una casa, si hanno le idee chiare sulla destinazione dei vari vani : “Qui la camera da letto matrimoniale, l’altra la lasciamo per la mamma, li’ la stanza da pranzo, qui il salotto con il divano comodo per la televisione…”

Poi verrà la fase “arredamento”, ma le camere sono tutte già destinate.

A noi questo non successe, perché abbiamo avuto una piccola stanza che ha cambiato uso molte volte: camera da letto singola, camera da pranzo, camera dei cani ed infine studiolo per me! L’altro giorno stavo riflettendo sulle tante destinazioni alle quali avevamo via via adibito questa piccola stanza.

Certamente più delle altre camere tradizionali, questa ha seguito negli anni la nostra vita.

UN SALVATAGGIO

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Salvatelo, mi rimane solo lui!”

Erano passati già quattro giorni dal terremoto.

I volontari, insieme ai vigili, scavavano sulle macerie della casa diroccata, buttando lontano sassi e detriti.

L’uomo era lì da quattro giorni, chiamando e cercando.

Non gli importava che lo allontanassero, che gli dicessero che c’era pericolo di altri crolli, che non poteva scavare con loro.

L’uomo si allontanava, ritornando poi non appena vedeva che gli altri lasciavano il lavoro per correre altrove, dove i cani indicavano che, sotto altre macerie, doveva esserci una vita.

Lui era lì giorno e notte, chiamando e cercando.

Infine, al quinto giorno, un vigile gridò :”E’ qui, l’ho trovato!”

Lo presero con delicatezza e glielo passarono, un esserino spaurito, ridotto pelle e ossa, impastato di cemento, tutto occhi.

L’uomo si allontanò felice, stringendolo teneramente al petto. Aveva perso la sua casa, viveva in una tenda insieme ad estranei, anche se tutti affratellati dallo stesso terribile destino. Ma l’aveva ritrovato! Gli ricordava la casa, la tranquillità della vita com’era.

Lacrime di commozione gli rigavano il viso, mentre si allontanava con il suo gatto.

LO SGUARDO

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Erano anziani, una vita passata insieme.

Si appoggiavano l’una all’altro ed era bello camminare per il quartiere sottobraccio, scegliendo le strade e le salite meno impervie. E poi il ritorno a casa, ogni volta nella certezza delle loro cose, delle scelte di una vita.

E la macchina? Lui la prendeva di rado, ormai evidentemente non si sentiva più tanto sicuro, ma disfarsene era un passo troppo grande, era come un arrendersi all’età.

Quella mattina dovevano andare in un ufficio. Tutto bene, il tempo era sereno e tiepido. Andò a prendere l’auto, la salutò quasi con affetto. Sedersi sui vecchi sedili ricoperti di velluto grigio era come accomodarsi nel salotto di casa. Dentro, si sentiva protetto e sicuro. Teneva la sua macchina, una vecchissima Alfa Romeo – ricordo di tempi passati – in perfetta efficienza, senza un graffio e sempre lucida e pulita.

Arrivarono e non c’era parcheggio, ma il posteggiatore si offrì di sistemare l’auto non appena si fosse liberato un posto. “Vada tranquillo, dotto’ ”

Gli impiegati dell’ufficio li trattarono gentilmente: quei due anziani facevano tenerezza.

Al ritorno, vicini ormai a casa, lui non vide una macchina che arrivava un po’ veloce dalla sua destra. Le due auto si fermarono con grande stridore di freni, evitando l’impatto solo per pochi centimetri. Gli occupanti scesero ed il giovane alla guida dell’altra macchina cominciò a gridare, dicendo che “il vecchio” era un pericolo per gli altri e che alla sua età poteva mandare giusto la lavatrice, ed altre espressioni del genere.

La donna vide il suo uomo, il suo vecchio uomo, umiliato, lo vide confuso perché l’altro aveva ragione, vide che non sapeva cosa ribattere e provò tanta pena per lui. Mise una mano sul braccio del giovane, lo guardò negli occhi e disse piano “Lo scusi…”

Il ragazzo vide uno sguardo supplice, uno sguardo che aveva in sé tutto l’amore di una vita e rimase sconcertato. Abbassò la voce e mormorò “In fondo non è successo niente.”

L’anziano, agitato, non aveva notato la supplica della moglie e non si spiegava il repentino cambiamento dell’altro.

Si salutarono e, mentre guidava, il giovane non poteva fare a meno di ripensare a quello sguardo, uno sguardo disperato, d’amore, di protezione.

La vita gli avrebbe mai donato un amore simile?